La mossa di Draghi rivela quello che gli economisti eterodossi (e quelli della “Modern Monetary Theory”) hanno sempre sostenuto: i tassi li fa la BCE e non il mercato. Di Sergio Cesaratto*

La mossa di Draghi rivela quello che gli economisti eterodossi (e quelli della “Modern Monetary Theory”) hanno sempre sostenuto: i tassi li fa la BCE e non il mercato. E allora si capisce come gran parte dell’incendio di questi due anni sia stato appiccato dalla BCE medesima, ubbidiente al diktat dell’elite europea di spazzar via attraverso una crisi fiscale welfare state e sindacati – nella periferia in primo luogo, ma come lezione ai sindacati tedeschi in secondo. Come mi ha sottolineato Alberto Bagnai – ma questo è Keynes naturalmente – le unioni monetarie nascono col precipuo scopo di costringere i paesi membri (e le loro classi lavoratrici) a una devastante concorrenza deflazionista. L’economista conservatore, il “Nobel” Mundell l’ha chiaramente detto.
Dei tre focolai individuati, quelli creati dallo stesso euro, quelli creati dal mancato intervento della BCE per due lunghi anni, e quello dell’austerity, la mossa di Draghi attenua il secondo, ma al prezzo di alimentare il terzo, e senza far nulla nei confronti del primo. Siccome a pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia, la mossa di Draghi va interpretata come frutto della paura che l’incendio si portasse via il presupposto medesimo del discorso, cioè l’euro, e che dunque i popoli dei paesi periferici potessero di dire basta a questa lenta agonia. Si tiene dunque in vita il paziente, ma solo quel tanto perché dosi rafforzate dell’altra cura, l’austerity, facciano effetto nell’annichilirne ogni volontà di reazione. (Non si dimentichi quando Draghi diede per morto il lo stato sociale europeo – è penoso che Draghi sia stato poi accostato alla memoria di Federico Caffè).
Sono altre strade erano possibili? Come abbiano sempre sostenuto, l’intervento risoluto della BCE dovrebbe essere accompagnato dall’unica condizionalità della stabilizzazione dei rapporti fra debito pubblico e Pil. La plausibilità di questo obiettivo rassicurerebbe i mercati, mentre lascerebbe spazio a politiche fiscali espansive. Senza infatti un rilancio della domanda aggregata non ci sarà mai ripresa, e il rafforzamento dell’austerity va in direzione opposta. Questo rilancio dovrebbero essere più forti in Germania che dovrebbe fungere da locomotiva europea, anche sostenendo i salari mortificati in molti settori dalle riforme della SPD. Poiché difficilmente tutto ciò basterebbe a ricomporre gli squilibri commerciali infra-europei, come affermato dal primo rapporto europeo sulla moneta unica Mac Dougall (1977) si dovrebbe rapidamente anche andare verso un crescente bilancio pubblico europeo con una forte componente redistributiva centro-periferia, mentre il ruolo dei bilanci nazionali si ridurrebbe. Questa dell’Europa Federale è una prospettiva che però tanto somiglia a un’Europa divisa fra sussidiati e sussidiatori, inaccettabile per entrambi. Soprattutto, la dura realtà è che l’Europa va in un’altra direzione, l’euro è nato per quello. Forse gli spread diminuiranno un po’, ma l’agonia dell’occupazione e del reddito non migliorerà, e a questo la sinistra dovrebbe guardare.

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