
Si respira un’atmosfera da bella epoque in quel prestigioso hotel termale di un paese inventato (Zubrowka) dell’Europa dell’Est negli anni immediatamente precedenti l’avvento del nazismo.
Immaginazione, narrazione di alto livello, sembra quasi una favola quella che ci racconta il regista Wes Anderson con uno stile tutto suo ed è sul filo della comicità che scorrono momenti di storia: l’affermazione del nazifascismo e l’atteggiamento nei suoi confronti dei paesi europei. Il regista afferma che l’idea del film nasce da un mix di letture che lo hanno coinvolto in questo periodo: da “Eichman in Gerusalem” di Hannah Arendt a Stefan Zweig che cita nei titoli di coda. E nonostante questo non si tratta di un film storico.
Protagonisti Monsieur Gustave concierge dell’hotel, più direttore che portiere in realtà e il giovane lobby boy Zero Mustafa.
Un giovane scrittore curioso negli anni ’60 interroga il portiere dell’albergo che fu il Grand Budapest Hotel per scoprire il fascino di un tempo ormai lontano ed incontra il proprietario dell’albergo, custode di storie che si sono succedute fra le sue mura: Zero Mustafa, il giovane fattorino che Monsieur Gustave aveva preso sotto la sua ala protettrice.
Facciamo un passo indietro e siamo negli anni ’30. Monsieur Gustave sovrintende alla vita dell’hotel ed ha un occhio particolare per le anziane clienti. La morte di madame D, una strepitosa e sempre più camaleontica Tilda Swinton,e amante di Gustave, l’eredità che gli lascia, contestata da Dmitri, figlio della signora, l’entrata in scena del suo bieco guardaspalle affiliato alla setta paramilitare ZZ! innestano una serie di conseguenze e di siparietti che evidenziano la crescita e il rafforzarsi di un’amicizia destinata a rafforzarsi nel tempo, grazie anche a situazioni di pericolo che Zero e Gustave affronteranno insieme. Gustave finisce in prigione ma grazie a Zero e ala sua fidanzata riuscirà a dimostrare la sua innocenza.
Un film che parla quindi di storia , di amicizia, di amori delicati che nascono il tutto fra sparatorie, gallerie scavate per fuggire di prigione, catene di amicizia fra portieri d’albergo di alto livello, mentre l’Europa precipita nel vortice di feste, proteste, balli e paure di un futuro sempre più incerto e feroce.
Nei 100 minuti del film impariamo a conoscere Monsieur Gustave e attraverso i suoi comportamenti , attraverso la sua “lealtà” impariamo a conoscere e rimpiangere un mondo che sappiamo destinato inesorabilmente a sparire.
La ricercatezza dei particolari affascina in questo film (i bottoni d’oro sulla giacca viola di Monsieur Gustave, il nastro rosa che chiude le scatole dei dolci creati e confezionati dalla fidanzata di Zero). Affascina come l’amore per il cinema ai suoi albori (le tante didascalie proprie del cinema muto), le inquadrature che si sovrappongono ad altre inquadrature, l’omaggio ai film comici del passato con i protagonisti pasticcioni e il cerchio si chiude, nel racconto nostalgico di uno dei protagonisti, tornando all’inizio e continuando a raccontare una storia che è amore per il cinema “vero”.
Si esce dalla sala provando nostalgia per un’epoca lontana , per quell’età di viaggi verso soggiorni termali, per quell’era romantica di alberghi frequentati fascinosi i cui clienti erano coccolati e “accuditi”, ma quasi non se ne accorgevano tanto “lievi” erano l’accoglienza e il “controllo” del concierge, dominus di un mondo dorato, desiderosi di continuare ad ascoltare un’altra favola che Wes Anderson vorrà raccontarci, speriamo presto.

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