Non è passata nemmeno una settimana dall’Ufficio di Presidenza del PDL che ha stabilito nuove regole per la scelta, a livello locale, dei dirigenti del partito. La speranza del vertice era che le nuove disposizioni, favorendo una diversa partecipazione della base, rasserenassero il clima interno. Negli ultimi tempi infatti vuoi per l’esplodere, sul territorio, di molti conflitti vuoi per l’azione dei transfughi di Futuro e Libertà si era assistito ad uno scatenarsi di polemiche con la fuoriuscita di diversi eletti ai vari livelli istituzionali. Come era facile prevedere, e come avevamo previsto, le proposte avanzate dall’Ufficio di Presidenza non sono riuscite a fermare l’emorragia. Anzi, da allora sono decine e decine i consiglieri comunali, di città anche importanti, che hanno lasciato il Pdl. Di più, al Senato un gruppo di 25 senatori ha manifestato pubblicamente tutto il suo malumore per lo stato della democrazia interna e in Sicilia il partito si è letteralmente spaccato in due dando vita ad un nuovo movimento chiamato Forza Sud. In una intervista al Corriere di sabato 29 u.s., Fedele Confalonieri, che non è un politico ma nella piramide berlusconiana non è certo l’ultimo arrivato, ha invitato espressamente il Cav. a sparigliare le carte e ad affidare la guida del partito a Claudio Scajola. Una sorta di De Profundis per la triade Verdini, La Russa, Bondi ma in modo particolare per Verdini che, visto il ruolo che Bondi e La Russa hanno al governo, è di fatto il vero artefice del Pdl così com’è oggi. Scajola poi, che quando alla metà degli anni ’90 ricoprì l’incarico di coordinatore nazionale seppe dare sul territorio un’organizzazione molto efficiente a Forza Italia, rappresenta l’antitesi di Verdini. Di scuola democristiana Scajola crede in un partito vero e strutturato, sia pure in forma leggera. L’esatto contrario di Verdini che più volte ha teorizzato l’utilità non di un partito ma di un comitato elettorale, o comunque di una struttura nominata e non votata, tanto – questo era ed è il ragionamento – i voti sono tutti di Berlusconi. Con il mare calmo, i difetti di questa teoria sono rimasti abbastanza nascosti, anche se il fuoco covava sotto la cenere, ma oggi che le acque sono agitate (contrasti interni, attacchi mediatici, campagna acquisti di Fini) le conseguenze di quell’impostazione sono sotto gli occhi di tutti. Il Pdl corre il rischio di implodere. Mercoledì 4 novembre è convocata una Direzione. La Russa, forse sentendo aria di tempesta, si è premurato di sottolineare a destra e a manca che l’appuntamento era già previsto e che si tratta ora di dare avvio alla fase transitoria del partito per traghettarlo a quella parziale riforma delle regole per la scelta dei dirigenti che in soli sette giorni si è già dimostrata fallimentare. Non sappiamo quali saranno le decisioni che verranno prese ma siamo certi che se non viene invertita la rotta, sul territorio saranno guai. Questo non significa automaticamente che con gli eletti se ne andranno anche tutti i voti, in campagna elettorale Berlusconi è capace di autentici miracoli, ma certo il partito risentirà della situazione negativa che può venirsi a creare e dell’assenza di un reticolo periferico di veri dirigenti in grado di rallentare lo smottamento. I sondaggi degli ultimi giorni lo dimostrano chiaramente. Cresce la Lega e cresce, anche se di poco, Fini. Se non ci sarà un colpo di coda, e solo il Cav. è in grado di farlo, per il Pdl saranno guai. Il tempo a disposizione non è molto. Quella che oggi è una piccola slavina può diventare una frana. E quando il terreno comincia a cedere non si sa cosa resterà in piedi.
Giancarlo Magni

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