“Avete capito bene, aboliremo l’Ici sulle prime case”. Il 3 aprile 2006, all’ultimo faccia a faccia televisivo delle politiche 2006, Silvio Berlusconi, molto indietro nei sondaggi, gioca a sorpresa la carta dell’abolizione sulle prime case dell’Imposta comunale sugli immobili. La promessa allora non pagò per soli 24mila voti, ma il Cavaliere rigiocò la carta nella vincente campagna elettorale 2008 e diede seguito immediatamente a quella che rimase pressochè l’unica promessa elettorale mantenuta.
La sparizione da un giorno all’altro di 8 miliardi di euro di entrate di cassa, lo 0,4 per cento del Pil dell’anno, avrebbe messo in crisi anche strutture ben più solide e quadrate dell’amministrazione pubblica italiana, eppure i sindaci, allora guidati da Chiamparino, fecero globalmente la figura dei conservatori e dissipatori di denaro pubblico proprio quando stava per abbattersi sulla prima linea comunale una crisi sociale che avrebbe scaricato interamente su di essa un welfare diventato inadeguato ai tempi, con l’ulteriore tsunami costituito dall’ondata di migranti nelle città.
La crisi drammatica della finanza locale, tra errori tecnici, patti di stabilità interni e demagogia politica a destra come a sinistra, parte da lì: da allora è stato possibile mettere in una legge dello Stato e soprattutto nei rendiconti Ue una assurdità sesquipedale come il taglio tre miliardi di euro di spesa corrente su meno di sei senza che crollasse un ponte a Lecco o si trovassero senza turbina spazzaneve in Abruzzo grazie al “taglio delle poltrone” nelle Province.
L’idea che le elezioni si vincano riducendo le tasse in un paese che ha un’evasione fiscale annua del 25-30% è un errore tecnico prima che politico. Tagliare le tasse non ha mai spinto chi già non le paga a farlo , come dimostra, per esempio , l’esperienza della “minimulta” , la possibilità di ridurre di un terzo l’importo dell’ammenda se pagata entro cinque giorni : la percentuale dei pagamenti regolari non è cambiata nemmeno di uno zero virgola.
“Meno tasse per tutti” è diventata una specie di formula magica per vincere le elezioni, almeno così pensano in tanti, da ultimo Matteo Renzi , che ha impegnato miliardi di euro in esenzioni fiscali e riduzioni delle tasse che si sono risolte, come facilmente prevedibile stante gli esempi di tutto il mondo anglosassone che si è voluto stupidamente scimmiottare, in un “meno tasse per(quelli come) Totti” , come una preveggente satira aveva preconizzato .
Il danno maggiore, non solo in Italia, è venuto infatti dallo scardinamento del principio della progressività delle imposte . Gli unici beneficiari reali di questo tipo di interventi, dallo spostamento delle tasse “dalle persone alle cose” teorizzato dal ministro Tremonti al miraggio dell’aliquota unica in tempi di crisi economica, dall’abolizione totale dell’Imu prima casa agli sgravi ed alle deducibilità di fatto riservate ai redditi più alti, sono stati un segmento ristretto di ricchi diventati ancora più ricchi , mentre il ceto medio si è paurosamente impoverito non certo per l’eccessiva tassazione sul proprio reddito, bensì per la sua caduta e spesso sparizione dello stesso! Lo squilibrio fiscale favorevole alle rendite rispetto ai redditi è rimasto ed anzi si è aggravato ed è uno dei fattori determinanti per la lentezza della crescita italiana, esattamente come dieci anni fa.
Riformare la fiscalità in senso federale, riportando allo stesso livello istituzionale tassazione e spesa, è quanto già venti anni fa era considerata la prima ed indispensabile riforma e lo è ancora adesso . Nel disordinato correre di questi giorni verso urne, campi ed uliveti, c’è ancora qualcuno in grado di ragionarci su e fare proposte, magari proprio tra Milano e Lombardia?
Franco D’Alfonso (movimenti metropolitani)

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