Europei e coerenza cristiana
Mi domando se non si possa dire che a morire nel Vecchio continente sia innanzitutto il cristianesimo.
Oggi il problema dell’immigrazione, e del suo rifiuto da tanta parte della popolazione europea, occupa le pagine di molti giornali. I commentatori segnalano l’assenza di una politica europea e se la prendono con quegli stati, in particolare dell’Est, che sembrano entrati nella Ue con lo spirito del parente insieme povero e meschino, felice di far parte della famiglia solo quando si tratta di condividerne le ricchezze, non le responsabilità. Non voglio però chiedere a chi giova tenere nella Ue dei paesi che chiaramente sembrano portatori più di problemi che di soluzioni: ci sono infatti ampi strati della popolazione dei paesi ricchi che mostrano la stessa tendenza che già domina nei paesi poveri d’Europa. Mi domando invece se non si possa dire che a morire nel Vecchio continente sia innanzitutto il cristianesimo, che non è più in grado di guidare le coscienze dei credenti, ai quali si chiede non un’adesione di circostanza, ma un po’ di coerenza, perché il messaggio evangelico – checché ne scrivano taluni giornali conservatori ben noti, orientati a giustificare il cristianesimo di facciata (sì, di facciata) dei loro lettori – mi sembra abbastanza chiaro.

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