Lo scorporo delle due aziende deve basarsi su reali benefici economici.

Ora questa attività, come altre del genere, costano maledettamente, e il livello di indebitamento suggerisce di trovare nuove fonti di finanziamento. Dunque, visto che Eni è costretta a separarsi da Snam, gli si consenta di massimizzare la cessione “obbligatoria”. Non solo per rispetto dei suoi azionisti – che comunque sono quelli che fanno opinione sulla capacità del nostro sistema-paese di “stare al mondo” – ma anche e soprattutto per supportare la più grande azienda italiana nei suoi programmi di crescita. E per farlo non si può, come ipotizza qualcuno, realizzare la separazione attraverso una scissione che consentirebbe alla Cdp (che di Eni ha il 26,4%, cui si aggiunge il 3,9% detenuto direttamente dal Tesoro) di concambiare a costo zero, ma metterebbe l’Eni nella condizione di non beccare un quattrino e tantomeno valorizzare il fatto di avere in mano la quota di controllo di Snam (ha il 52%). Logica vuole, invece, che l’Eni metta sul mercato quelle azioni. E per farlo ci sono due strade: o le colloca tutte facendo di Snam una public company – ma qui suggerirei, vista la strategicità dell’asset, di assegnare a Cdp un 5%-10% cui legare la golden share (oggi il governo vara la nuova versione) – oppure le cede ad un solo acquirente. E in questo caso, visto che per le ragioni di cui sopra non può che trattarsi di un soggetto nazionale, l’unico nome possibile è Terna. Ma anche qui la scelta deve essere fatta avendo bene a mente l’obiettivo dello sviluppo. In questo caso di Snam. La quale ha verosimilmente di fronte due strade: diventare il perno di una futura “società delle reti europee del gas”; costruire con Terna la “rete delle reti” italiana. Sono entrambe due prospettive promettenti. La prima è sicuramente necessaria – sarebbe l’unico modo per costruire un soggetto forte in un mercato fortemente condizionato dall’esiguità del numero dei paesi produttori e dalle loro caratteristiche, a dir poco pericolose – e forse più intrigante, ma anche maledettamente complicata. Snam è l’unica in Europa ad avere un sistema integrato – oltre alla rete (Snam Rete Gas) e alla distribuzione (Italgas copre un terzo del mercato), ha anche un grande società di stoccaggio (Stogit, oltre 1 miliardo di investimenti per arrivare in un paio d’anni a 13 miliardi di metri cubi di gas stoccato) e un rigassificatore – e dunque può candidarsi a buon diritto non solo ad essere l’hub gasiero del sud Europa, convogliando il gas algerino e libico, ma anche lo strumento attraverso cui costruire un’unica rete continentale. Per l’Europa è indispensabile – oggi i tubi dei diversi paesi “non si parlano” – ma ci sono le condizioni perché quest’operazione sia fatta in tempi brevi? A giudicare dalla scarsa lungimiranza che regna nell’eurosistema, no. Questo non vuol dire, però, che non ci si debba provare. Ma in alternativa si può costruire, sommando Terna e Snam, la “rete delle reti” italiana. Certo, è tutta da verificare l’effettiva sinergia tra la rete elettrica, quella del gas e magari quella della telefonia fissa (che prima o poi Telecom dovrà decidersi a scorporare, per puntare alla fibra), ma comunque muovere il mercato, mettere in campo nuovi progetti è sempre meglio di niente. Altrimenti, tanto valeva tenere Snam sotto Eni, come è sempre stato.

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