La sinistra nacque nell’emergenza storica, e si nutre d’emergenza anche quando sconfina a destra. L’emergenza accendeva la passione per la cura, e l’ansia fatta di pura e brutale paura era controllata e educata dalla passione.
Ma in una storia che va a codificarsi nelle soluzioni confezionate della buona e saggia conduzione della famiglia europea e planetaria, la sinistra è sempre più un pesce fuor d’acqua, le manca l’ossigeno per raccordarsi alla propria storia, e allora l’emergenza va trovata e scovata a ogni costo. Non è difficile perché a accontentarsi le fonti dell’ansia sono innumerevoli, esperti fabbricanti di ansiolitici battezzarono appunto la nostra come età dell’ansia. Narcotizzate le emergenze vere si può credere che tutto sia emergenza se l’obiettivo è la felicità che uno starnuto appena può sbiadire. Se per quella che ancora è chiamata destra l’obiettivo è strafare gli interessi di ciascuno, la sinistra aspira agli stessi interessi incorniciati però nella felicità. La sinistra sguazza nel dream retorico della felicità, ma per non perdere identità ha pure bisogno d’emergenza, così lo strabismo dell’ossimoro “più emergenza più felicità “ la fa deragliare negandole ogni comprensione del presente. Aizzare alle reprimende collettive per farne moralismo e conformismo attraverso l’informazione, ha permesso fino ad oggi di alimentare lo scenario di tante emergenze raccogliticce. Le diversità boicottate, le varianti verniane dello sviluppo ecosostenibile, la cronaca quotidiana del malaffare, la grancassa della pace quando da un pezzo elettrodomestici e quattroruote fanno vittime e fanno ingrassare i guerrafondai d’un tempo più dei cannoni, ecco i pungoli emergenziali d’una sinistra condannata all’ansia senza passione, all’ansia che insegue il dream della felicità. Poiché la sinistra aspirava a un mondo migliore con la passione d’un progetto scaduto, le venne in soccorso l’ansia di costruire e partecipare comunque senza progetto alla felicità del mondo, di fruttare dalla fratellanza universale il comune stordimento, il ricovero nella placenta collettiva, una quasi tomba dopo la scoperta che dio è morto o almeno poco interessato a noi. Buttata la passione, l’ansia è rimasta il solo motore per inseguire la felicità, l’unico veicolo individuale e sociale per l’estremo traguardo.
La metamorfosi della passione politica nell’ansia collettiva alla ricerca della felicità fu il vento che portò i padri pellegrini oltre Atlantico, in nuovi spazi. Ma per noi che non abbiamo varcato l’oceano dei nuovi spazi, per noi che viviamo gli spazi artificiali della tecnologia, da boccaloni viaggiando o alla TV, per noi quella metamorfosi è impossibile, è solo travestimento, con disinvoltura indossato a destra, con ansia nella sinistra incantata dai padri pellegrini, ma sempre travestimento. E nel camerino delle maschere destra e sinistra si guardano sgomente sperando che la platea non si accorga. Perciò la sinistra per rosicchiare identità non assume solo analgesici contro l’ansia per la quasi accertata morte di dio, ma in tutte le innumerevoli occasioni in cui è possibile inventarsi l’emergenza, il suo pane quotidiano con magnanimità definito ancora passione, anche se è solo il dream della felicità da conquistare negli spazi artificiali. La sinistra vive di analgesici contro se stessa. Lo spunto per segnalare le diverse catastrofi che ostacolano il dream della felicità per i compagni pellegrini ha però misure diverse nelle cosiddette anime della sinistra, apocalisse quotidiana per i centri sociali e gli antagonisti ecofrancescani, paternali preoccupate per la sinistra storica recisa dalla propria storia, recita riformista per la sinistra accomodata in prebende e profitti. Invece le tre anime sono accomunate nell’uso strategico del clima ansioso.
Basta leggere resoconti e commenti della carta di sinistra, ascoltare i suoi notiziari spesso declamati da donne perché la voce femminile li rende più ansiosi e crea consenso nell’immenso esercito di quanti in eterno sono assolti dalle parole della mamma nell’al di là.
In questo il coro delle tante anime della sinistra passa dall’angoscia alla
minaccia: senza di noi non c’è felicità.
L’ansia ha i suoi meccanismi, per reggersi deve masturbare ogni evento in teleologismi epocali anche se poi la felicità singhiozza a scadenze settimanali, ma pur sempre decisive per i destini umani.
Tre sinistre, tre gradi dell’ansia felice, nemmeno miscelata in partiti, ma sparsa qua e là a seconda delle fortune personali e famigliari. In tutte le tre anime però l’ansia gabellata per passione è un certificato di garanzia, e la felicità diventa tautologica bussola al raggiungimento di se stessa.
Ancora oggi il vecchio compagno schifato dal manager della COOP, si appella alla genuinità delle proprie fedi e passioni antiche, pur ignorando quando e perché esse diventarono ansia e che proprio l’ansia fu il primo stage per avviare il compagno manager agli affari della sinistra felice.
Perché se la passione è intellettiva, è conoscitiva, se la passione è eros con la polis, l’ansia è livore, onicofagia politica, e quindi calcolo e mediocrità. Direi perfino che la passione setaccia il vero dal falso, l’ansia invece li impasta per il pane più rancido, la felicità che da tanto la sinistra annusa.
Allora che la sinistra sia o non sia, che la destra sia o non sia, perché non aggiorniamo la sentenza marinettiana contro il chiaro di luna? Ad esempio così:
“Mettiamo a morte la felicità prima che la felicità metta a morte l’umanità”.
Perché sparisca l’ansia e torni la passione.
Marzio Siracusa

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