I tagli sociali, lo spread, la crisi politica.

I partiti politici dal canto loro, danno l’idea dell’impotenza, come testimonia il bizzarro ritorno in campo del Cavaliere nel Pdl, di Bossi nella Lega e le divisioni generalizzate, nel Pd su gay, primarie e difesa dei diritti sociali. “La situazione è grave ma non è seria”, avrebbe detto Ennio Flaiano.
Sul versante europeo poi, si deve registrare una bizzarra coincidenza. I guasti del sistema monetario dell’Unione, derivanti in gran parte dal rigorismo cieco di frau Merkel, sono evidenti, soprattutto a causa della mancata previsione di strumenti di cooperazione tra paesi euroforti ed eurodeboli, per superare progressivamente gli squilibri nelle bilance dei pagamenti e unire i mercati dei beni, dei servizi e del lavoro, cosa che inevitabilmente alzerebbe la quota di reddito e prodotto procapite a favore degli eurodeboli a minor costo (è un meccanismo che varrebbe per gli “altri” eurodeboli, non per l’Italia, ma questo a causa del massimo costo del lavoro lordo in presenza del minimo netto del nostro Stato).
In questo scenario Bank of America, Merrill Lynch, ha simulato l’uscita dall’euro dell’Italia e di altri paesi dell’Unione monetaria, con un’analisi costi-benefici basata sulla valutazione dell’efficacia economica e sulla teoria dei giochi. In dettaglio, la banca ha analizzato quale sarebbe l’impatto di una uscita volontaria e preparata dall’euro, sugli undici paesi che aderiscono alla moneta unica. Grecia, Italia e Irlanda potrebbero trarre notevole vantaggio da un’uscita dalla zona euro, mentre Germania, Finlandia e Austria, guarda caso i “custodi” dell’ortodossia monetarista, avrebbero da perdere. Il Financial Times ha di recente pubblicato un articolo in cui l’economista Nouriel Roubini ha analizzato con risultati abbastanza preoccupanti la posizione dell’Italia all’interno dell’Unione Europea.
La soluzione per il nostro paese sarebbe soltanto un maggiore intervento strutturale della BCE sui mercati per acquistare titoli di stato invenduti e fornire liquidità all’Italia come prestatore di ultima istanza, ma anche un processo di svalutazione dell’euro da parte della BCE sui mercati internazionali, che consentirebbe all’Italia di ripartire con le esportazioni e di rilanciare la produttività e lo sviluppo economico. Ma c’è da dubitare che la Germania acconsentirà a questa prospettiva e allora perché non pensare a una riconsiderazione dell’euro?

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