E’ più che mai consolidato che senza una prassi condivisa delle conoscenze, viene meno ogni propensione all’assunzione di responsabilità civica e sociale, e ciò comporta inevitabilmente il declino della democrazia rappresentativa e spalanca le porte al rischio d’imposizioni autoritarie.
Nell’epoca in cui informazione e comunicazione sono globalizzate, la responsabilità e la professionalità di chi informa e comunica è questione dirimente, se non sono trasparenti le finalità, il rischio di originare una sorta di monopsonio dell’informazione e, parallelamente, volontariamente o involontariamente, si corre il rischio diventi complice di quella politica populista, che del monopsonio ne fa la propria caratteristica.
Nell suo ultimo report, Eurobarometro, registra che oltre il 70% degli europei, ma gli italiani un po’ di più degli altri, sarebbero preoccupati per il loro stato di disinformazione, soprattutto all’avvicinarsi delle elezioni, da cui in parte potrebbe dipendere quella disaffezione al voto, che non riguarda solo le speranze deluse di quanti si sentano esclusi.
Per la verità, ciascuno di noi è bersagliato da una infinità di messaggi, la cui trasformazione in informazione risente di due condizionamenti: quello tecnologico, in riferimento alla funzionalità del media utilizzato, nonché quello alla finalità che s’intende assegnare all’informazione.
L’informazione, come mai nel passato, origina e si snoda attraverso fonti e canali diversi, la cui prima condizione è il provare ad essere sempre più in tempo reale, i media diffusivi sono condizionati dall’inseguirsi nel fattore tempo, in un processo in cui l’informazione subisce l’adattamento imposto dai comunicatori, non pochi dei quali, mascherando una militanza pregressa, ne orientano la narrazione sempre più in termini di audience piuttosto che di missione informativa.
Più è condizionante l’adattamento o quando non si scada nella manipolazione dell’informazione stessa, l’effetto che si causa è il degrado della consapevolezza che una comunità si regge sulla responsabilità e solidarietà civica.
Uno scenario al quale le istituzioni hanno finito per adattarsi, se nella prima repubblica si diceva che a partiti forti corrispondevano istituzioni deboli e viceversa, oggi con partiti e movimenti culturalmente e socialmente deboli, le istituzioni non tengono più, e diventano permeabili alle ‘scorrerie’ di leadership, la cui missione è di contrabbandare l’eccesso di autoritarismo per autorevolezza, senza in questo trovare una contrapposizione mediatica coerente.
Da noi, a prevalere è ormai la cronaca, declinata in funzione dei suoi influssi sull’emotività, intorno ad essa si ‘ingegnerizza’ il sistema della contrapposizione delle opinioni, spacciandola per l’abusata presunzione che in ‘in medio stat virtus’, bensì lo sfruttamento economico e politico della notizia in termini di audience, a discapito dell’esigenza di oggettività per il fine di conoscenze da condividere.
L’Eurobarometro dall’analisi dei dati raccolti, ad esempio, evidenzia quanto sia necessaria una maggiore trasparenza da parte delle piattaforme digitali e dei social network ,in merito alle inserzioni pubblicitarie con finalità politiche, in quanto con la rivoluzione digitale i media di diffusione delle informazioni si sono moltiplicate, e che assai spesso, per ragioni molteplici, diventano per assumere il ruolo di start up del complesso circuito delle notizie che si trasformano in informazioni, e dall’indagine dell’Eurobarometro, il 57% delle fake news promosse dal sistema digitale, riguarda proprio la cronaca politica.
Falsità e inesattezze si sovrappongono per l’intenzione di incidere e far presa sulla crescente ‘impreparazione’ di massa, ad affrontare: tutto ciò che esula dall’immanenza del proprio bisogno, sia esso emotivo o reale, la ricerca delle diversità tra le cause che generano insoddisfazione, delusione, la cui causa è spesso è dovuta molto spesso alla diseducazione alla ricerca in un contesto più ampio di quello del ‘bla bla’ di show televisivi, in cui l’esigenza di ‘diffondere conoscenza’ non è inserita nel palinsesto.
Un esempio su tutti, il decreto sicurezza, recentemente approvato da un Parlamento ormai ridotto a funzione di pedissequa esecuzione notarile di un contratto sottoscritto tra diversi portatori di un presunto mandato elettorale opposto sollecitato senza il conforto degl’impatti, la cui narrazione informativa evidenzia una complicità monopsonistica , tra la declinazione populista delle politica e l’assenza di vocazione all’informazione.
Che l’immigrazione sia un problema complesso e per alcuni versi anche potenzialmente inquietante è un dato che solleciterebbe più che mai una informazione approfondita e puntuale, territorio per territorio, ma la Legge imposta al Parlamento da Salvini, è la mistificazione dell’effetto che genera la causa e non viceversa, e allora come cantava Freddy Mercury, ‘the show must go on’.
Le statistiche evidenziano il crollo degli sbarchi, non certo, né per il venir meno della propensione migratoria, al momento fermate, non certamente per l’aver impedito lo sbarco di due navi di naufraghi con l’arbitraria chiusura dei porti, ma la diminuzione contrattata, anche se eticamente discutibile, da parte del governo Gentiloni precedente e del suo ministro Minniti, e quindi non certo per alcun merito dell’attuale ministro, ma a questa informazione è stata messa la sordina, perché Salvini fa più audience di Minniti.
Fortemente ridimensionati gli sbarchi, stabilito che sia più facile che siano gli italiani a trasferire malattie agli immigrati che non il viceversa, e che pur in presenza di un decremento di delitti, continuino ad essere più pericolosi gl’indigeni, si pensi al femminicidio o ai delitti in aree dove l’attrazione leghista è più alta, col decreto sicurezza si sfrattano, mettendo per strada, circa 400.000 immigrati, richiedenti permesso di soggiorno, con la conseguenza di gravare sui comuni, non ovviamente con quelli a sindaco leghista, l’onere di occuparsi di loro, e se non sono in grado di farlo c’è sempre l’opportunità di liberare manovalanza per l’imprenditoria della delinquenza: spaccio, borseggi, rapine, manovalanza in nero e sfruttamento, un reato pericolosamente ritenuto minore nel Paese dei condoni. Così non si genera sicurezza, si creano i presupposti per un maggiore allarmismo.
La finalità è duplice: mantenere elevata se non proprio fare accrescere la percezione della paura, che di fronte al rischio di riduzione d’ingressi potrebbe ridursi, e che in Italia si possa instaurare un clima d‘inferno repressivo, per disincentivarla dal poter essere una meta.
Il pericolo di quest’anomala declinazione, al di fuori da qualsiasi interpolazione ideologica, viene civicamente denunciato in rete tramite i social, nella speranza di un rigurgito di orgoglio dei professionisti dell’informazione, che ritorni la buona abitudine di sbattere mostri e mostruosità, in prima pagina, e nei palinsesti televisivi, dove la conduzione dei paludati militanti di una stagione sconfitta, s’inchinano all’audience a discapito della Weberiana valutazione degli impatti, e dell’etica per la centralità sociale e democratica di un’informazione condivisa.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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