L’acqua scivola via. Fondendo le perse gocce. Ciascuna avviso disatteso di un desiderio. Fuggito al rossore delle gote. Ad un acanimento degli occhi. Ad un cedimento negato.
Serpeggiando. Fomentandosi dei rivoli. Aggresiva. Veemente. Irruente.
Erodendo. Travolgendo. Trascinando. L’inerzia e la vita ricomposta. Il primordio. Della forma. Della commozione.
Ma l’acqua è muta. Delle sue interne pulsioni. E, nel suo farsi potenza gioca, con un suo riflesso impossibile.
E’. In ogni luogo di se stessa. Senza commenti. Senza paragoni. Senza analisi. Che la riconducano alla prigionia dell’immagine.
Verso essa si sporge l’ascolto curioso. Ad una verità che si vorrebbe indagata e che si preferisce ignorata.
Con l’inganno di una corda intrecciata. Con il sangue di Urano. Lanciata verso il fondo. Sollevata. Grondante. Avidamente compressa. All’orecchio. Per il silente riscontro della melma.
Nell’intreccio che si intenerisce è la perdizione della coscienza.
Le braccia. Gli occhi. Le viscere di Saverio Fanàl sono la memoria del gigante condannato.
All’immersione senza racconto.
franchini
Marzio Siracusa, “La mirabile storia di Saverio Fanàl”, 2007, Edizioni Polistampa, Firenze

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