
Donald Trump annuncia l’entrata in vigore di dazi sulle esportazioni verso gli Usa a partire dal 1° agosto. In questo modo il presidente americano ha di fatto esteso la scadenza, inizialmente prevista per domani, 9 luglio, di tre settimane. Un margine entro cui i paesi potranno firmare accordi commerciali con gli Stati Uniti proprio per evitare i dazi. Trump lo ha reso noto lunedì in una serie di lettere inviate ieri direttamente dalla Casa Bianca: per Giappone e Corea del Sud, due alleati chiave degli Usa in Asia, le sovrattasse minacciate sono del 25%, mentre al Myanmar – sconvolto da un devastante terremoto la scorsa primavera – e al Laos, Trump imporrà dazi del 40%. Ai danni del Sudafrica, nel mirino della Casa Bianca per una presunta discriminazione ai danni dei cittadini bianchi, il tycoon ha minacciato tariffe del 30%. Ai 14 Paesi che hanno finora ricevuto le missive Usa, tra cui anche esportatori minori, come Serbia e Tunisia, Trump ha lasciato intendere di essere disponibile a ulteriori trattative, ma ha anche avvertito che eventuali misure di ritorsione scateneranno “una risposta equivalente”. Alla domanda se la nuova scadenza fosse definitiva, Trump ha risposto: “Direi definitiva, ma non definitiva al 100%. Se ci chiamano e dicono che vorremmo fare qualcosa di diverso, saremo aperti a farlo”. Finora, Washington ha raggiunto solo accordi commerciali preliminari con il Regno Unito, la Cina il Vietnam, ma in nessun caso sono stati resi noti i dettagli delle intese.

Scontro coi Brics?
L’affondo di Trump in materia di tariffe è stato tra i principali argomenti in discussione al vertice dei Brics che si è svolto nel fine settimana in Brasile. I paesi membri del blocco, composto principalmente da nazioni in via di sviluppo, hanno espresso “serie preoccupazioni” per l’aumento delle tariffe commerciali, affermando che tali restrizioni “minacciano di ridurre il commercio globale, di interrompere le catene di approvvigionamento e favorire l’incertezza”. Per tutta risposta, il presidente Usa ha minacciato sul social Truth: “Qualsiasi Paese che si allinei con le politiche anti-americane dei Brics sarà soggetto a un dazio aggiuntivo del 10%, senza eccezioni”. Il post ha inevitabilmente ha infiammato gli animi. Il presidente ospitante del summit, Luiz Inácio Lula da Silva, ha dichiarato che è stato “molto sbagliato e molto irresponsabile” da parte di Trump “minacciare altri [Paesi] sui social media”. E ha aggiunto: “Il mondo è cambiato. Non vogliamo un imperatore. Siamo Paesi sovrani. Il mondo dovrebbe trovare un modo per far sì che le nostre relazioni commerciali non debbano passare attraverso il dollaro”. Dal canto suo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in rappresentanza del presidente Vladimir Putin che, come il cinese Xi Jinping non ha partecipato di persona al vertice, ha dichiarato che le minacce di Trump dimostrano che “il modello di globalizzazione un tempo promosso da Washington non funziona più”. E ha accusato gli Stati Uniti di aver “abusato palesemente” della posizione del dollaro nel sistema finanziario globale.
L’Europa sceglie il male minore?
Nessuna presa di posizione invece arriva dall’Europa, che per il momento non ha ricevuto lettere minatorie e continua ad affermare di essere “vicina a un’intesa” di principio con gli Usa. I negoziatori stanno lavorando a un accordo preliminare che prevede un’aliquota del 10% sulla gran parte dell’export, con imposte ridotte per prodotti strategici come alcolici e aerei. L’Ue chiede anche esenzioni ai dazi del 25% sulle auto e del 50% su acciaio e alluminio. In ultima analisi, però, è il tycoon che decide. “Concluderò i miei accordi perché sono io a fissare le condizioni, non loro. Da anni ci stanno truffando”, ha ribadito Trump in risposta a un giornalista a bordo dell’Air Force One. Per il Vecchio Continente si tratta di operare una scelta fondamentale: accettare tariffe più elevate per evitare una guerra commerciale con Washington o reagire per fare pressione sugli Stati Uniti affinché scendano a compromessi? Il tempo stringe, e i 27 sono divisi sulla strategia migliore da adottare. Alcuni Paesi, soprattutto quelli che dipendono fortemente dalle esportazioni come Italia, Germania e Ungheria, sono favorevoli a un accordo rapido. Altri, tra cui Francia e Spagna, sono scettici e sostengono che il blocco, con i suoi 450 milioni di consumatori, dovrebbe cercare di tenere testa a Trump e utilizzare il suo arsenale di difesa commerciale per reagire, se Washington si rifiuta di raggiungere un accordo equo.
Per ora a vincere è l’incertezza?
A poco meno di 100 giorni dall’annuncio del 2 aprile scorso, ribattezzato da Trump “Liberation Day” annunci, minacce e marce indietro hanno scosso i mercati finanziari e terremotato le relazioni diplomatiche degli Stati Uniti con i principali alleati. A ben guardare però, i risultati finora sono scarsi e appena una manciata di Paesi ha sottoscritto intese che appaiono tutt’altro che “i grandi e bellissimi accordi” promessi mesi fa. E se il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha citato la “congestione in dirittura d’arrivo” come motivo dello spostamento della scadenza, la realtà è che imporre i dazi di fatto sconfesserebbe la narrativa di Trump secondo cui fuori dalla Casa Bianca “c’è la fila” di paesi pronti a firmare accordi. Il punto è che l’amministrazione Usa ha bisogno di queste intese, con cui punta a finanziare i tagli fiscali contenuti nel ‘big beautiful bill’ approvato dal Congresso e al contempo mantenere la promessa del presidente di reindustrializzare gli Stati Uniti. E che, laddove i partner commerciali statunitensi vogliono riportare le loro relazioni economiche su un terreno più stabile, Trump alterna continui cambi di rotta in una strategia commerciale sempre più difficile da decifrare. In cui la coerenza è perennemente subordinata alla logica dell’annuncio e ad un approccio di negoziazione permanente.
Il commento
di Matteo Villa, ISPI Senior Research Fellow
“Incertezza sì, ma fino a un certo punto. Perché a Trump i dazi servono: generano entrate fiscali che colmano almeno in parte la voragine aperta dal suo Big Beautiful Bill. Ma troppi sarebbero mortali, sia per l’economia americana (già oggi in rallentamento di almeno l’1,3% a causa dei dazi “livello tregua”), sia perché scoraggiando le esportazioni farebbe paradossalmente crollare le entrate garantite dai dazi stessi. È su questo delicato equilibrio, chissà se e quanto compreso dallo stesso presidente americano, che si giocano i negoziati. Perché gli altri paesi sanno che un po’ di dazi potrebbero non fare troppo male agli USA; ma sanno anche che se Trump tornasse alla guerra commerciale contro tutti di inizio aprile, i mercati sarebbero pronti a punirlo”.
Alessia De Luca

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