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Dal fronte con ironia

di Rossella Campana | 30 Ottobre 2011

L’epistolario di guerra di Pietro Bernardini alla Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti. un articolo di Rossella Campana che Pensalibero è lieto di pubblicare nella ricorrenza del IV novembre.  

Dal 23 settembre al 7 novembre, entro la nobile cornice del Saloncino delle Statue della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, nell’ambito del ciclo dedicato alla celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, è esposta una selezione di lettere illustrate dall’epistolario di guerra di Piero Bernardini. L’evento è stato reso possibile dal dono delle figlie dell’artista, Maria e Mina Bernardini, che hanno così inteso tutelare quello che è insieme un documento storico e figurativo di peculiare rilievo, la cui intrinseca fragilità (le lettere, infatti, spedite dalla zona di guerra, sono state realizzate con mezzi e supporti di fortuna) richiede strumenti per la conservazione propri di strutture d’eccellenza quali il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, presso il quale questo materiale sarà depositato per conto della Galleria stessa.

Un gesto nobile quanto sofferto, perché le lettere sono state per lunghi anni custodite gelosamente dalla famiglia Bernardini, quale testimonianza tangibile e al tempo stesso immateriale di un legame affettivo – il legame di Piero a mamma Adele e babbo Cesare, ai quali le lettere erano dirette – tanto forte e spontaneo quanto sublimato dalla parola e dal segno, tale comunque da aver lasciato un’impronta indelebile e difficilmente alienabile anche in chi, avendo ancora da nascere, non era stato diretto testimone della sofferenza e delle attese da cui la loro genesi era stata circondata. “Un pezzo di cuore”, hanno sintetizzato le donatrici, pure felici che questa prova giovanile del loro illustre genitore raggiungesse le altre opere che di lui conserva da tempola Moderna, nella piena consapevolezza della natura tutta particolare del documento in loro possesso.

Molteplici, infatti, sono le testimonianze figurative e letterarie di quella che fu detta – a buon titolo – la GrandeGuerra.Una vasta e drammatica memorialistica ha segnato a futura memoria e monito (purtroppo inascoltato) quell’evento. Ma in tale contesto il “Codice bernardiniano” – così Bernardini stesso chiamò la raccolta delle proprie missive, forse immaginandone una sua pubblicazione (per altro avvenuta solo postuma, nel 1976, per i tipi di Nardini, Firenze, coll’emblematico titolo 1917-1919. ZG. Zona di guerra), occupa senz’altro un posto a sé.

Bernardini era un artista, artista di nascita e “a tutte le ore della sua vita”, come egli stesso ebbe a ricordare. E fiorentino. Nel 1915 la guerra lo aveva scovato nelle aule della Scuola d’incisione che Celestino Celestini aveva creato tre anni prima presso l’Accademia di Belle Arti sulla scia di un maestro del genere, l’appena scomparso Giovanni Fattori, trasformate per l’occasione in ospedale della Croce Rossa. E proprio nella Croce Rossa, con sede a Rovezzano, cioè nelle immediate vicinanze della città, il giovane Piero era stato arruolato, con la tutt’altro che remota speranza, grazie alla forte miopia che già allora lo affliggeva, di vivere quella drammatica esperienza dalle più comode retrovie, ciò che gli avrebbe permesso di non abbandonare del tutto gli studi intrapresi. Speranza dura a morire, ché ancora quando nella primavera del 1917 viene spedito sul fronte del Carso egli nutre, se nella prima lettera del nostro carteggio (purtroppo univoco, non abbiamo infatti le risposte), egli si augura che una provvidenziale visita medica gli sia foriera addirittura di “dolcissimi provvedimenti matricolari, quali l’immediato passaggio dalla vita militare alla vita borghese”. Speranza vana, tuttavia, dato che salvo per brevi, agognate licenze, Piero tornerà definitivamente a Firenze solo nel dicembre del 1919, essendosi fatto, pur da una posizione defilata e che egli nelle lettere si premura con costanza di definire sicura, tutta la guerra – ritirata di Caporetto inclusa – a pochi chilometri dalle ben note terribili trincee, dove i soldati morivano a migliaia di stenti oltre che di fuoco nemico.

Bernardini non era dunque un interventista, benché ai tavolini del Caffè della Rosa, di fronte al “bel San Giovanni”, da lui frequentato negli anni della bohème fiorentina, gli fossero giunti dalla limitrofa piazza gli echi bellicosi dei proclami dei frequentatori delle Giubbe Rosse, ed egli si compiacesse coi suoi compagni di programmi artistici ancor più bellicosi rispetto a quelli dei più anziani e affermati Futuristi. Una prova amara delle possibili immediate conseguenze del conflitto, del resto, doveva esserglisi crudamente palesata nella persona fisica dell’amico d’infanzia Aldo Fortuna, avvocato ma anche letterato, amico di Umberto Saba, gravemente ferito a San Grado di Merna nel 1916 e da lui ritratto con la testa fasciata e steso nel letto dell’ospedale fiorentino del Cestello in una sapida vignetta (gentilmente resami nota da un erede di Fortuna) che precorre stilisticamente quelle dell’Epistolario e ne condivide già in pieno lo spirito di partecipazione sospesa. Un attonito Piero ancora in abiti civili, ma perfettamente riconoscibile per la fisionomia pienotta e gli occhialini tondi, sta facendo visita al poveretto, ma se ne sta leggermente defilato rispetto alla scena, dominata invece dalla figura di un militare in divisa (il padre) e di una suora. Pare assistere a uno spettacolo, come era solito fare in tempo di pace, magari in compagnia dello stesso Fortuna o dell’altro amico comune, Corrado Alvaro.

Quella però era la cruda realtà del fronte. La morte aveva sfiorato molto da vicino l’uomo che in un tempo non così lontano giocava insieme a lui lungo le prode sassose del Mugnone, nel borgo ancora quasi campestre delle Cure, a ridosso della città.

Ciò nonostante Bernardini era partito. Come molti coetanei, era partito, dato chela Patrialo chiamava in nome dell’Unità del Paese per cui tanti giovani – e anche molti artisti fra di loro, come ha ben ricordato questo ciclo di mostre della Galleria – si erano spesi durante il Risorgimento, e benché egli rimanesse convinto nell’intimo che avrebbe potuto servirla assai meglio dipingendo che da “crocerosso”. Neppure la guerra, tuttavia, aveva potuto distrarre il suo sguardo acuto, malgrado le spesse lenti da vista. Sguardo che si era semplicemente spostato dall’amena e poi tanto rimpianta campagna toscana, dove egli si ritrae ancora – ma ormai in grigioverde -, intento a dipingere a cavallo di un’onda in un mare digradante di dolci balze verso l’orizzonte, alle aride terre carsiche, dove tutto, a partire dai colori poco consoni a una tavolozza abitualmente fresca, sembra respingerlo.

Chi è, infatti, l’artista Bernardini? O meglio, l’aspirante artista Bernardini, dato che un’altra ricaduta negativa del conflitto sulla storia personale del giovane Piero è proprio l’interruzione di un percorso formativo assai bene avviato, con l’acquisto fra l’altro di opere da parte delle Gallerie (due incisioni e un olio) e la presenza alla Secessione romana del 1915. Percorso che riprenderà all’indomani della pace, ma che lo vedrà allontanarsi dall’attività strettamente pittorica a favore di quella per cui è più noto di illustratore.

Ancora molto da sondare, il primo decennio del nuovo secolo, a Firenze in particolare, è denso di suggestioni, teso com’è fra la coscienza di una tradizione illustre e la percezione succeduta alla ‘rivoluzione’ macchiaiola della necessità di un suo rinnovamento profondo. Non per niente il ‘verbo’ cézanniano vi approda tanto agevolmente (e il ritratto che Bernardini esegue dell’amico Achille Lega nel 1913 ne è prova lampante), nel quadro di una visone idealmente sintetica della realtà che metabolizza senza problemi spunti dal post impressionismo francese e dalle secessioni internazionali – largamente agevolati dalla diffusione ormai vasta delle riviste oltre che dalla presenza in città di artisti e personalità di collegamento.

In tal senso, tuttavia, la scuola di Celestini dovette essere per Piero e per molti suoi colleghi una ineguagliabile fucina, il cui tenore di acume critico è ben testimoniato dalla straordinaria rassegna di “Bianco e Nero” di cui essa fu promotrice nel 1914 pressola Societàdelle Belle Arti, dove i giovani allievi ebbero modo di confrontarsi con i protagonisti del panorama mondiale, non esclusi – e per Bernardini importanti – i grandi giapponesi del secolo precedente della collezione Emil Richter di Dresda. Perché l’insegnamento più profondo del maestro consisteva proprio nella capacità di far valere l’esperienza di ricerca sul significato della forma ai fini della comprensione e interpretazione della contemporaneità portata avanti dalla ‘macchia’ toscana (da Signorini, fra tutti, oltre che da Fattori, per l’apertura trans-nazionale e il valore attribuito alla grafica come espressione in sé risolta), d’accordo con una tendenza diffusa nell’ambito del dibattito artistico del primo Novecento, volta al recupero della tradizione ma in chiave moderna.

Proprio da tale snodo culturale si dipana infatti il segno nitido e affilato di Bernardini nelle “figurine” dell’Epistolario (come egli stesso, con ostentata quanto irridente, modestia amava definirle), che ben sa dei precedenti illustri del Tricca e di Enrico Mazzanti, primo illustratore del Pinocchio collodiano – di una Toscana, cioè, illuminista e colta -, e da quello spirito corrosivo ma con intelligenza, consapevole del proprio passato, guarda al presente senza pregiudizi, affascinato dalla penna graffiante del norvegese Olaf Gulbransson (firma di punta della rivista monacense Simplicissimus), come dalle semplificazioni eleganti di Kolo Moser o Joseph Maria Auchentaller (della viennese “Ver Sacrum”), non senza direttamente abbeverarsi a un punto di riferimento a tutti comune: i Giapponesi.

Di questi ultimi, in particolare, Bernardini sembra apprezzare l’uso al risparmio dei mezzi espressivi, già proprio del nocciolo duro della lezione macchiaiola, che bene si confà alla sua ricerca di un equilibrio intellettuale nella ormai dispersiva congerie delle esperienze contemporanee (di cui offre un vasto repertorio la grafica per l’infanzia, del fiorentino “Giornalino della Domenica”, ad esempio). Equilibrio che trova pieno riscontro nella scrittura delle missive, intrinsecamente letteraria, benché il loro scopo fosse solo quello di tranquillizzare i genitori lontani e si affidasse a tempi e mezzi di fortuna. Perché per il nostalgico Piero, travolto suo malgrado dalla storia conla Smaiuscola e ora protagonista delle sue stesse vignette, cuore e intelligenza vanno di pari passo, e il proprio dovere di soldato non vieta di rimpiangere le sicurezze casalinghe, quello spazio raccolto e privilegiato dove le idee potevano essere distillate all’ombra del cupolone brunelleschiano, simile nel rimpianto della lontananza “a una rosa capovolta”. E’ quella infatti l’eredità propria di ogni fiorentino che si rispetti: il senso di una razionalità che si cala quotidianamente nel ‘vero’ e gli dà forma, che fa suoi perfino i paesaggi desolati dell’Altipiano così come la realtà misera della vita di retrovia, per trarne infine immagini di limpidezza smagliante a dispetto della riottosità degli acquerelli di fortuna rimediati in una cartoleria di montagna, e pagine piene d’arguzia nonostante l’amarezza di vivere a contatto diretto con la morte orribile di tanti giovani uomini – nonostante la consapevolezza del proprio essere nato con un dono raro, atto ad altro che alla carneficina della battaglia, fosse pure nella versione misericordiosa della retrovia. Immagini quasi infantili eppure raffinatissime, che narrano ai genitori lontani attraverso lo stile prima ancora che con le parole la fiaba di un’esistenza tranquilla, perfino gradevole, con l’unica pecca (ahimè quanto grave!) della lontananza e della mancanza di libertà. Immagini che hanno il garbo proprio del mondo immaginario delle marionette – non per nulla Firenze è la patria di Pinocchio! -, e delle marionette una certa, sintetica meccanicità garbatamente futurista – non per nulla proprio a Firenze lo scenografo inglese Gordon Craig, che dal 1908 gestisce il teatro sperimentale dell’Arena Goldoni, teorizza la sua “supermarionetta”! E non per nulla il primo spettacolo messo in scena da Marinetti e compagni ha luogo proprio a Firenze nel 1913! Immagini moderne, benché fondate su una sapienza calibrata e antica.

Bernardini, dunque, scrive ai suoi cari (un impiegato delle ferrovie e una casalinga), certo che loro comprenderanno il suo bizzarro ingegno meglio di tanti addottorati e specialisti. Li lega a lui, oltre all’affetto, un filo ininterrotto di cultura visiva, qualcosa che nella Città del Fiore si respira nell’aria e ha a che fare con l’intelligenza delle cose. Una qualità messa duramente alla prova dall’irrazionalità devastante della guerra…

Così che infine viene spontaneo pensare a quale effetto poterono sortire le tante vignette che non giunsero a destinazione nei tre lunghi anni della lontananza: quelle di cui Bernardini lamentava lo smarrimento durante la ritirata di Caporetto, quelle distribuite fra amici e superiori, quelle infine disperse per colpa delle Reali Poste in un Paese sottosopra per l’emergenza (Poste beffardamente rappresentate come una fanciulla a cavalcioni di una chiocciola di lumaca, che perde buste per strada), piccoli semi d’intelletto, unica vera arma contro la follia di ogni guerra.

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: palazzo pitti, pietro bernardini

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