Essendo riformisti, non abbiamo per definizione alcuna percezione romantica di criminali, terroristi e assassini, neppure quando ammantano le loro azioni di suggestioni rivoluzionarie. Proprio per questo, possiamo esprimere più serenamente di chiunque il nostro disagio per alcuni episodi clamorosi di questi giorni.
Il primo è la morte sotto le bombe, assieme al figlio minore di Gheddafi, di alcuni nipoti in tenera età.
Ripetizione di una tragedia già avvenuta nel 1986, quando rimase uccisa una giovanissima figlia adottiva del capo libico. Non ci si dica che per fare le frittate bisogna rompere le uova: se la necessità morale e politica di impedire il minacciato trionfo di Gheddafi sugli insorti ci è evidente, e la condividiamo, quelle morti, però, appaiono tanto inutili quanto evitabili. Fa specie vedere che le sofisticate e miliardarie tecnologie militari di oggi non sappiano evitare certi orrori, come fossimo ancora ai tempi delle bombe buttate giù dagli aerei a elica.
Brucia il sospetto che, semplicemente, nessuno abbia pensato seriamente di farci attenzione.
Anche nella morte del malvagio per eccellenza, il capo di Al Qaeda Osama, c’è qualcosa che stride: è quella fonte del Pentagono che afferma che le forze speciali americane sono state inviate per uccidere, non per prendere prigioniero l’odioso e tristo fondamentalista saudita.
Il nostro disagio nasce da alcune riflessioni: la prima, forse banale, è che i criminali nazisti, quelli almeno su cui si riuscì a mettere le mani, vennero solennemente processati. In ogni caso, il processo è sempre fonte di verità, di catarsi, di affermazione di valori, scrive un messaggio per i posteri.
A noi, l’affermazione compiaciuta della bontà di una rapida ed efficiente esecuzione del, pur malvagio, avversario, o la silenziosa indifferenza per una presunta inevitabilità della morte dei suoi anonimi e innocui familiari, non consola e non dà sollievo. Nemmeno, anzi tanto meno, se in nome della democrazia.
Luca Cefisi (avantidelladomenica.it)

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