
La storia non si serve sempre di uomini illuminati. A volte utilizza personaggi arroganti, contraddittori e persino pericolosi per compiere quel lavoro sporco che statisti più raffinati hanno rinviato per decenni. Donald Trump potrebbe essere esattamente questo: l’utile scemo incaricato di chiudere una fase storica, prima di essere a sua volta consegnato alla storia.
Trump non possiede una dottrina internazionale coerente. Ragiona per rapporti di forza, interessi immediati e minacce economiche. Eppure, mentre crede di difendere soltanto l’America, sta contribuendo a demolire un sistema nel quale regimi teocratici e dittature politiche hanno trasformato la globalizzazione in un gigantesco strumento di ricatto.
Il problema non riguarda soltanto l’Iran, Hamas, Hezbollah o gli Houthi. Riguarda anche la Russia e la Cina. Cambiano l’ideologia, la bandiera e la liturgia del potere, ma il metodo rimane sostanzialmente lo stesso: utilizzare le relazioni economiche con l’Occidente per rafforzarsi e, una volta diventati indispensabili, usare quella dipendenza contro chi li ha finanziati.
L’Iran ha impiegato per decenni le entrate energetiche per sostenere milizie e organizzazioni armate, destabilizzando il Medio Oriente e minacciando alcune delle rotte commerciali più importanti del mondo. La Russia ha trasformato gas, petrolio e materie prime in armi politiche, convinta che la dipendenza energetica europea le avrebbe garantito libertà d’azione. La Cina ha costruito una parte della propria potenza grazie ai mercati occidentali, alle tecnologie straniere e alla delocalizzazione industriale, continuando però a mantenere un sistema politico chiuso, autoritario e incompatibile con una reale reciprocità economica.
Per anni l’Occidente ha creduto che il commercio avrebbe trasformato questi regimi. È accaduto il contrario. Sono stati i regimi a usare il commercio per condizionare l’Occidente.
Abbiamo immaginato che il benessere avrebbe prodotto democrazia, che gli scambi economici avrebbero favorito la moderazione e che l’ingresso nei mercati globali avrebbe gradualmente indebolito le strutture autoritarie. In realtà, le élite al potere hanno utilizzato la ricchezza per rafforzare gli apparati militari, controllare l’informazione, acquistare consenso interno e aumentare la propria capacità di pressione internazionale.
Ogni concessione è stata interpretata come debolezza. Ogni accordo come una pausa tattica. Ogni apertura commerciale come un’occasione per diventare più forti senza rinunciare a nulla.
La Russia ha continuato a considerare i Paesi confinanti come territori sottoposti alla propria influenza. La Cina ha preteso libero accesso ai mercati occidentali mantenendo forti limitazioni al proprio mercato interno, sostenendo imprese strategiche e costruendo dipendenze industriali difficili da spezzare. Le teocrazie hanno continuato a finanziare milizie e movimenti armati, negoziando mentre preparavano il ricatto successivo.
Il punto non è quindi religioso, comunista, nazionalista o ideologico. Il problema è la natura stessa del regime.
Una democrazia può cambiare governo, correggere una politica, riconoscere un errore e raggiungere un compromesso. Un regime autoritario, invece, identifica spesso la propria sopravvivenza con la sconfitta politica dell’avversario. Non cerca necessariamente una pace stabile, perché una pace autentica richiederebbe trasparenza, reciprocità e rispetto delle regole. Tutte condizioni che limiterebbero il potere assoluto delle élite che lo governano.
Pensare di costruire rapporti diplomatici ed economici normali con questi sistemi si è rivelato un errore. Non perché ogni trattativa sia inutile, ma perché un accordo ha valore soltanto quando entrambe le parti considerano la parola data un vincolo. Quando una delle due usa il negoziato soltanto per guadagnare tempo, aggirare sanzioni o consolidare le proprie posizioni, il compromesso diventa una resa differita.
Trump sta facendo il lavoro sporco perché non crede più alla vecchia liturgia diplomatica. Non si fida delle istituzioni internazionali, considera il commercio un campo di battaglia e tratta alleati e avversari come concorrenti economici. È una visione rozza, spesso pericolosa e priva di profondità strategica, ma ha il merito involontario di aver spezzato un’illusione: quella secondo cui sarebbe stato possibile integrare indefinitamente i regimi autoritari nell’economia mondiale senza subirne le conseguenze.
Dazi, sanzioni, riarmo, controllo delle tecnologie strategiche, diversificazione energetica e ritorno delle produzioni industriali non sono fenomeni isolati. Sono il segnale che la globalizzazione ingenua è terminata. Il mondo sta tornando a dividersi tra sistemi che, pur con tutti i propri difetti, riconoscono la libertà politica e sistemi che utilizzano economia, energia e tecnologia per consolidare il controllo interno e condizionare gli altri.
Non significa che Russia, Cina o Iran possano essere cancellati dalla carta geografica. Significa che devono essere contenuti, limitati e privati della possibilità di trasformare le dipendenze occidentali in armi politiche.
Con la Cina sarà necessario ridurre la dipendenza industriale e tecnologica senza provocare il collasso degli scambi mondiali. Con la Russia sarà indispensabile impedire che l’energia torni a essere uno strumento di pressione politica. Con l’Iran e i suoi satelliti occorrerà evitare che le principali rotte commerciali rimangano ostaggio di milizie finanziate da un regime teocratico.
Trump probabilmente non comprende fino in fondo questa trasformazione. Crede di essere il grande stratega del nuovo ordine mondiale, mentre potrebbe esserne soltanto l’ariete. L’uomo incaricato di demolire un sistema ormai insostenibile, senza avere né la cultura né la lucidità necessarie per costruire quello successivo.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. L’utile scemo potrebbe svolgere una funzione storica fondamentale: costringere l’Occidente a smettere di finanziare i propri avversari, a proteggere le proprie industrie, a difendere le proprie rotte commerciali e a comprendere che la pace non si costruisce comprando il silenzio dei regimi.
Una volta completato il lavoro, anche Trump verrà messo da parte. Perché la forza può abbattere un sistema, ma difficilmente è capace di sostituirlo con qualcosa di migliore.
Alla fine potrebbe essere ricordato non come il fondatore di un nuovo ordine mondiale, ma come l’uomo che ha distrutto l’illusione del vecchio. L’utile scemo che, per istinto, vanità e brutalità, avrà costretto le democrazie a comprendere una verità che avrebbero dovuto capire molto prima: con i regimi si può negoziare una tregua, ma non si può costruire una fiducia.
E anche per oggi… Abbiamo dato.
Piero Terracina

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