
Noi però non siamo legati a doveri ministeriali, e quindi possiamo esprimerci con maggiore libertà. Per quel che riguarda la vicenda Cucchi, le chiacchiere stanno a zero, e se attendiamo le motivazioni della sentenza è solo per conoscere quali funambolismi giuridici hanno consentito il verdetto che è stato emesso.
A noi la questione, ridotta all’osso, pare questa: un cittadino entra vivo in una istituzione dello Stato; ne esce morto.
Non siamo disposti a transigere su una questione “elementare”: se lo Stato, attraverso una sua articolazione, priva un cittadino della sua libertà, automaticamente diventa garante e responsabile della sua incolumità, della sua integrità fisica e psichica. Senza “se” e senza “ma”.
Cucchi, privato della sua libertà – ripetiamo: poco importa il motivo per cui lo si è fatto – è entrato vivo; è uscito morto. È da qui che occorre partire, questi sono i termini della questione, questo è lo scandalo. E nello scandalo la sconcertante vicenda processuale, che si è trascinata per ben quattro anni, e siamo solo al primo grado. Quella di Stefano è la storia di un ragazzo morto mentre si trovava nelle mani dello Stato. Un ragazzo arrivato a pesare 37 chili, con il volto tumefatto, l’occhio destro rientrato nell’orbita, gonfio, con i segni evidenti del pestaggio patito.
Prima di arrivare al Pertini, Cucchi ha avuto a che fare con carabinieri, agenti di custodia, magistrati. Nessuno si è reso conto delle condizioni di Cucchi, in quel lungo periodo di detenzione che precede il ricovero in ospedale?
Sostenerlo è un’offesa alla nostra intelligenza, come un oltraggio è non aver individuato (non aver voluto individuare?) i responsabili di tale scempio. Responsabili che sono più d’uno: gli autori materiali del pestaggio, e chi l’ha coperto, chi ha visto e girato lo sguardo altrove, chi ha sentito e non ascoltato, chi ha taciuto, chi non ha fatto, potendo e anzi, dovendo, fare. Cucchi per tutti quei giorni ha disperatamente chiesto di poter parlare con il suo avvocato. Un diritto che gli è stato negato. Questa grave violazione non la si può imputare ai medici.
Stefano Cucchi ha subito un brutale pestaggio; questo pestaggio non può essere imputato ai medici. Altri ne sono gli autori, che al momento restano impuniti.
Non mancherà ora qualcuno che ci esorterà a non abbandonarci in frettolosi e superficiali giudizi, ci ricorderà che occorre conoscere le motivazioni che hanno portato i giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Roma. In linea di principio e in generale, si tratta di “regole” sensate, che è bene osservare. In questo caso, però è tutto chiaro e “semplice”: Cucchi entra vivo, esce morto.
Si può discutere, dibattere, chiarire, smentire, l’accaduto lo si può declinare in tanti modi. Ma il punto di partenza, incontrovertibile, indiscutibile, è sempre uno, lo stesso: Cucchi entra vivo, esce morto.
E non si tratta, purtroppo, di un episodio isolato: la lista di casi analoghi è lunga: Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Dino Budroni, Francesco Mastrogiovanni, Federico Aldrovandi, Aldo Branzino …
Nessuna generalizzazione, per carità: poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, fanno un lavoro duro, faticoso, difficile, rischioso. Non si finirà mai di dire loro grazie per quel che fanno. Ma proprio per questo casi come quello di Cucchi ci risultano molto più intollerabili e “bruciano”. Entrare vivi in un “luogo” dello Stato, uscirne morti, si tratti di un carcere, di una caserma, di una questura: no, non è accettabile, non è giustificabile; non va accettato o giustificato.

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