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Cuba tra blackout e sanzioni: l’isola sotto assedio

Gli Stati Uniti continuano a parlare di Cuba come di uno Stato fallito, di un regime che presto cadrà sotto il proprio peso, perché la mancanza di appoggi esterni sta trasformando la crisi energetica dell’isola in una grave crisi umanitaria. Non è chiaro cosa il presidente americano Donald Trump voglia trarre dall’aver impedito l’invio di combustibile a Cuba, fondamentale per il funzionamento del sistema paese. Sicuramente è interessato alla capitolazione del regime castrista e al rafforzamento della leadership statunitense nello sfruttamento delle risorse e nel commercio della regione latino-americana. E per quanto Trump abbia aumentato la pressione su Cuba pretendendo cambiamenti molto drastici e in tempi celeri senza tuttavia riferirsi a un intervento armato, diversi analisti pensano che il copione già applicato in Venezuela, col mantenimento nel potere del chavismo dopo il sequestro di Nicolás Maduro, possa essere adattato alla situazione cubana.

di Istituto Ispi | 22 Febbraio 2026

di Elena Marisol Brandolini*

Gli Stati Uniti continuano a parlare di Cuba come di uno Stato fallito, di un regime che presto cadrà sotto il proprio peso, perché la mancanza di appoggi esterni sta trasformando la crisi energetica dell’isola in una grave crisi umanitaria. Non è chiaro cosa il presidente americano Donald Trump voglia trarre dall’aver impedito l’invio di combustibile a Cuba, fondamentale per il funzionamento del sistema paese. Sicuramente è interessato alla capitolazione del regime castrista e al rafforzamento della leadership statunitense nello sfruttamento delle risorse e nel commercio della regione latino-americana. E per quanto Trump abbia aumentato la pressione su Cuba pretendendo cambiamenti molto drastici e in tempi celeri senza tuttavia riferirsi a un intervento armato, diversi analisti pensano che il copione già applicato in Venezuela, col mantenimento nel potere del chavismo dopo il sequestro di Nicolás Maduro, possa essere adattato alla situazione cubana. Così, secondo alcuni media statunitensi, sarebbero in corso conversazioni tra il segretario di Stato Marco Rubio e Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl Castro; altri, che Washington sarebbe in contatto con il figlio di Raúl Castro, Alejandro Castro Espín. Un dialogo presunto che La Habana riduce a meri contatti di tipo tecnico. Mentre la presidente del Messico Claudia Sheinbaum si propone come mediatrice per la soluzione del conflitto tra le parti.

Dopo l’attacco statunitense al Venezuela lo scorso 3 gennaio, Trump ha minacciato di una sorte analoga Cuba, intimando il regime castrista a un negoziato. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel si è dichiarato disposto al dialogo con gli Stati Uniti, purché senza pressioni e in un rapporto tra uguali, negando che siano già in corso conversazioni di alto livello. Di fronte alla mancanza di petrolio, per il venir meno delle esportazioni di greggio all’isola da parte del Venezuela prima e del Messico poi, il presidente cubano ha quindi imposto un programma di razionamento che ricorda un’altra fase di grande difficoltà attraversata dal paese negli anni novanta.

Con la fine dell’Unione Sovietica al principio di quel decennio, infatti, Cuba perse il suo alleato e fornitore di combustibile principale, gettando il paese, già provato dalle sanzioni statunitensi, in una grave crisi economica. Fidel Castro lo nominò come il “Periodo Especial en tiempos de paz”, poi superato con l’arrivo di un nuovo fornitore, il Venezuela di Hugo Chávez. Se la situazione attuale ricorda quella di allora, le due crisi sembrano ad alcuni osservatori qualitativamente e quantitativamente distinte. Perché negli anni novanta la società cubana poteva vantare un certo benessere economico e sociale generalizzato. Mentre oggi la mancanza di carburante si somma a una crisi iniziata negli anni della pandemia e arrivata fin qui con dati drammatici per la popolazione.

Cuba produce appena 40.000 barili di petrolio al giorno, quando il suo fabbisogno si aggira sui 110.000 barili, è perciò dipendente dalle importazioni di greggio per sopravvivere. Dallo scorso gennaio a Cuba non arriva più il petrolio venezolano che ne copriva fino al 35% delle necessità e anche il Messico, secondo fornitore dell’isola con un contributo di circa il 20% del fabbisogno, timoroso di una ritorsione di Trump sui dazi, ha smesso di inviargliene. La mancanza di combustibile incide pesantemente su tutti gli aspetti della vita della popolazione cubana, su quelle “conquiste della rivoluzione” che erano state l’orgoglio del castrismo e l’oggetto di invidia del resto del mondo, come la sanità, il sistema scolastico, la lotta alla povertà. Negli ospedali ci sono sempre meno medicine e medici, il trasporto pubblico è fermo, pochi sono i prodotti a prezzi sovvenzionati. Il Pil cubano è caduto di oltre il 15% dal 2020 (dati CEEC, Centro de Estudios de la Economia Cubana), nel 2025 ha perso 5 punti percentuali. Il turismo, risorsa preziosa per l’isola, lo scorso anno ha subito una flessione del 18%. Cresce la mortalità infantile e l’89% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà. Negli ultimi anni la popolazione ha vissuto un esodo migratorio senza precedenti, dal 2020 la riduzione sarebbe stata superiore al 15%.  

Nella costruzione del nuovo ordine mondiale, ove multilateralismo e diritto internazionale sono banditi, Trump usa la forza per sottomettere i governi che non gli piacciono: bombarda il Venezuela e affama Cuba. Cuba non possiede il petrolio ambito del Venezuela, ma simbolicamente rappresenta la rivoluzione socialista che è riuscita a opporsi al gigante americano, nonostante quest’ultimo abbia provato in più occasioni a liquidarla senza successo. L’attrazione per la sinistra internazionale però non è più quella di un tempo e le minacce di Trump hanno fatto presa anche sui governi progressisti. Il Messico ha inviato latte in polvere e altri prodotti alimentari di base, ma non ha ancora riattivato la commercializzazione di greggio con l’isola. Anche la Spagna ha promesso aiuti umanitari per un milione di euro. E il Nicaragua, alleato di Cuba, ha chiuso la principale via di esilio dei cubani verso gli Stati Uniti. 

Elena Marisol Brandolini

*Istituto Ispi

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I

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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