
Che cos’è, in fondo, la stupidità? Non è forse quell’insieme oscuro di pulsioni, di miopie morali e di complicità silenziose che, in nome di un malinteso anticonformismo, si traduce in atti apparentemente isolati ma in realtà emblematici?
Il caso recente del professore palermitano che ha invitato a “cancellare gli ebrei” dalla cerchia degli amici virtuali, non rappresenta un episodio marginale né un semplice scivolone individuale: esso si è rivelato, piuttosto, un test rivelatore delle profondità carsiche di un odio che, sotto traccia, si riconosce in simili parole.
Molti, progressisti e cattolici, intellettuali, giornalisti, sedicenti critici, si sono limitati a un borbottio di circostanza, a un gesto di imbarazzo trattenuto, evitando accuratamente di assumere una posizione pubblica e netta. Più comodo, o più redditizio, lasciar scivolare l’episodio nel dimenticatoio, riservando l’indignazione a bersagli più innocui, celebrando piuttosto le farneticazioni di “vecchi arnesi” della scena politica.
Eppure ciò che qui si manifesta non riguarda soltanto gli ebrei. L’errore capitale, e insieme la cecità collettiva. è credere che l’antisemitismo sia un problema esclusivo della comunità ebraica, una questione settoriale.
Al contrario: se al posto della parola “ebrei” avessimo letto “neri”, “omosessuali”, “donne”, “migranti”, il meccanismo sarebbe stato identico. La questione decisiva è il precedente che si è creato: la legittimazione, anche solo implicita, della possibilità di indicare un gruppo umano come oggetto di esclusione, di disprezzo, di cancellazione simbolica.
Ecco perché questo episodio, apparentemente circoscritto, ha una portata che travalica i confini dell’antisemitismo stesso.
L’odio verso gli ebrei, antico, stratificato, resiliente funziona qui come grimaldello: serve a scardinare il principio stesso dello stato di diritto, a insinuare l’idea che non tutti abbiano uguale cittadinanza morale e politica, che si possa dividere l’umanità in ammessi ed esclusi.
La stupidità, dunque, non è mai innocua: è un meccanismo corrosivo che, mascherandosi da boutade, da provocazione o da libertà di pensiero, apre le porte a una regressione civile che, una volta avviata, difficilmente si arresta.
David Pacifici

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