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Craxi, Fo, Togliatti, e Foibe. Quando la memoria fa cilecca

di Mimmo Merlo | 12 Febbraio 2017

Il 27 Gennaio di ogni anno, è universalmente dedicato a tenere viva ‘la memoria’, della più grande tragedia, che la mente umana abbia mai saputo generare: la Shoah, il ‘generalizzato’ ed ‘ingegnerizzato’ sterminio di un popolo pacifico, la cui colpa risiedeva nella propria religione e nel saper essere comunità.
Se la Shoah è la più tragica dell’espressioni che hanno caratterizzato il secolo dell’odio che prevale sulla ragione, altri fatti hanno sollecitato o sollecitano riflessioni, in nome di una memoria, che si tende a tenere sotto traccia.
A Milano, è la toponomastica, che come per le benemerenze cittadine, stimola le esigenze di parte, più che l’esigenza per la città di conoscere, valutare e fare i conti con la propria storia.
Un recente sondaggio IPSOS evidenzia che il 52% dei milanesi, più i due assessori Majorino e Del Corno, sono pervicacemente contrari a intestare una via o una targa in memoria di Bettino Craxi, il Movimento 5 Stelle, da parte sua, chiede un riconoscimento visibile a Dario Fo, grande artista, ma anche testimonial del radicalismo milanese nonché del loro movimento, e non si sa, se per emendare i suoi trascorsi giovanili o per la benemerenza artistica; ‘la meglio gioventù comunista’ degli anni 80, ‘riconquista’ la storica sezione del PCI di Corso Garibaldi e la ‘reintesta’ niente meno che a Palmiro Togliatti, il ‘migliore’ del ‘glorioso partito comunista italiano, ed infine, in pieno revival politico giudiziario a trazione populista, ciò che rimane dell’antropologia del fascismo milanese, vorrebbe celebrare a modo proprio e secondo i propri riti, la ricorrenza della tragedia delle Foibe.
In questo rincorrersi di fatti e di eventi, il dato che dovrebbe aiutare a riflettere è quel 20 per cento di milanesi, che interpellati, sul dare o non dare una targa a una via col nome di Craxi, dichiara di non saperne a sufficienza per esprimere un giudizio.
Partendo da questa inequivocabile testimonianza, la nuova dimensione raggiunta dalla città, merita di poter affrontare la propria storia, libera da narrazioni pregiudiziali, lasciandone lo story telling allo scorrere dei fatti, valutandone il cascame residuale nel suo impatto sulla vita della nostra comunità nonché del Paese, come ben evidenzia la difformità di valutazioni espressa dal recente referendum.
Bettino Craxi, più che una lapide da rendere imbrattabile alla mercè dei soliti noti, merita una riflessione profonda che vada oltre le sentenze di una giustizia, più influenzata dal sentire popolare che non dalla applicazione dei codici, come sottolineato dalla Corte di Strasburgo, che riconduca i meriti ed i demeriti di Craxi, in una dimensione di fatti e di visioni prospettiche ricondotte agli anni 80 e che dopo un terzo di secolo, continuano ad essere una ‘issue’ irrisolta o irrisovibile.
Il migliore contributo per stimolare la riflessione su Craxi, dovrebbe trarre spunto dalle parole di Giorgio Napolitano, nell’occasione di una sua risposta alla vedova Anna.
“Si è trattato di aspetti tragici della storia politica e istituzionale della nostra Repubblica, che impongono ricostruzioni, non sommarie e unilaterali, di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana. Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità dell’on. Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico, e di uomo di governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia sul terreno delle relazioni internazionali.
Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere. Considero perciò positivo il fatto che da diversi anni attraverso importanti dibattiti, convegni di studio e pubblicazioni, si siano affrontate, tracciando il bilancio dell’opera di Craxi, non solo le tematiche di carattere più strettamente politico, relative alle strategie della sinistra, alle dinamiche dei rapporti tra i partiti maggiori e alle prospettive di governo, ma anche le tematiche relative agli indirizzi dell’attività di Craxi Presidente del Consiglio.’
Sono passati anni, non solo dalla morte di Craxi, ma anche da questa lettera, di Napolitano, ma la realtà del Paese non è mutata, anzi è peggiorata sia dal punto di vista della complessità della governance: che da quello della democrazia, per la politicizzazione delle burocrazie, inclusa quella della magistratura, dove larga parte di quella inquirente è impegnata a ricercare la propria legittimazione nel consenso popolare, e per la generalizzazione del sospetto, che declinato con teorizzazioni estreme, vedi Movimento 5 Stelle, mina la credibilità delle istituzioni.
Dopo Craxi c’è anche Dario Fo, se per il quale si chiedesse di intestare la Palazzina Liberty, sarebbe un segnale coerente se collegato all’attività artistica da lui svolta e proprio in quella sede, come il l’aver intestato il ‘nuovo grande’ Piccolo, a Giorgio Strehler, ma se dovesse essere espresso sulla coerenza etica dell’ artista e della sua storia politica, non pochi imbarazzi, si verrebbero a destare.
I sempre ‘giovani’ Massimo Ferlini e Sergio Scalpelli, due storiche figure della ‘sinistra milanese a vocazione riformista’, dopo decenni vissuti da ‘figliuol prodighi’, hanno deciso di ritornare al ‘padre’, il PD post PCI, e nel farlo si sono portati appresso l’insegna del grande capo tribù, Palmiro Togliatti. Conoscendoli, in non pochi ci si interroga, è il provocatorio ritorno al passato, quando ideologicamente si stava peggio ma il partito andava meglio, o è la provocazione nei confronti di quanti hanno immiserito la parabola riformista del PCI, nell’eurocomunismo e nel mito di Berlinguer, la cui ‘fortuna politica’ di non aver potuto sopravvivere al fallimento della suo eurocomunismo nonché di quella dei partiti comunisti cugini, annichiliti dopo la caduta del muro e le dinamiche successive?
L’autocritica era un pezzo pregiato, ma non sufficientemente utilizzato, nella storia della sinistra, e forse la prima grande occasione per ricordare Togliatti, dovrebbe indurre ad indire una grande riflessione sulle ‘foibe’ e su come gli attivisti comunisti accolsero i ‘giuliani e i dalmati’ nel rientro in Italia, oltraggiandoli vergognosamente nonché deridendoli perché fuggivano dal futuro paradiso terrestre del croato Tito.
Proprio per rispetto nei confronti di quel 20% dei milanesi che non sanno di Crazi e così di molte altre cose della vera storia della politica milanese e italiana, una profonda immersione nella verità non, può essere utile e corroborante nel ricondurre la politica più al confronto sul fare ciò che serve, piuttosto che alla eredità di pregiudizi dall’origine quanto meno distorta.

Mimmo Merlo    (movimentimetropolitani.it)

Pubblicato in : Primo pianoTag: 5 stelle, anni, bettino craxi, caduta del muro, consenso, conti, craxi, democrazia, discorso, fallimento, fascismo, futuro, garibaldi, giorgio napolitano, governance, governo, italia, magistratura, milano, movimento, napolitano, partito comunista italiano, pd, populista, presidente del consiglio

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