
C’è un “modo sbagliato di darsi alle scienze” – afferma Montaigne – per il quale “non fa meraviglia se né gli scolari né i maestri non diventino più abili, pur diventando più dotti. Invero la cura e le spese dei nostri padri non mirano che ad infarcirci la testa di scienza; del discernimento e della virtù pochi insegnamenti”. Ma il filosofo ci consegna intanto un quadro che per i nostri tempi è quasi idilliaco, se è vero – come è vero – che molti giovani, anche usciti da poco dal circuito scolastico, non possiedono neppure le capacità elementari: non sanno scrivere e spesso non sanno neppure leggere (cose che, d’altronde, non pare illogico che vadano un po’ di pari passo). Altro che dotti! La scuola, evidentemente, non ha saputo dare loro neppure i rudimenti del mestiere e purtroppo non lo faranno – dopo e a maggior ragione – internet e i social networks, i telefoni cellulari e l’iPad, la televisione e i quotidiani, il mondo del lavoro.
La ‘nozione’ potrebbe essere un obiettivo minimo, insufficiente, ma decisamente migliore di ciò che oggi più spesso si produce. E comunque sappiamo che, in astratto, l’istruzione e la formazione dei giovani non dovrebbero essere date semplicemente per fornire informazioni e conoscenze specifiche: “Noi ci domandiamo volentieri: sa il greco o il latino? Scrive in versi o in prosa? Ma la cosa principale sarebbe se è diventato migliore o più saggio, e questo si trascura”. Se l’obiettivo si riduce a questo, “non lavoriamo che a riempire la memoria, e lasciamo vuote l’intelligenza e la coscienza”.
Certamente il nostro sistema educativo non è orientato a formare uomini e donne dotati di coscienza critica e di altre virtù. Non sembra avervi interesse: non è funzionale alla logica diffusa dei poteri e del sistema, per i quali si richiedono più volentieri abilità tecniche, che cultura e coscienza critica. Al sistema che così si è ingenerato dobbiamo, purtroppo ascrivere anche molte imprese che, malgrado l’enfasi sul protagonismo e l’empowerment dei collaboratori, malgrado l’elaborazione del valore del dissenso, del ruolo dei “no men” anche in contesti che tradizionalmente sono considerati autoritari – affermazioni che discendono dallo sviluppo di moderne teorie manageriali – spesso tardano a tradurre in pratica le belle frasi alla moda perché non sono interessate a farsi carico di tutte le conseguenze che si porterebbero dietro.
Noi abbiamo sufficiente esperienza dello stupefacente conformismo che regna nella nostra società, della inettitudine dei più ad uscire dal cerchio soffocante del comportamento e del pensare uniforme; siamo anche in grado di apprezzare il grave danno che ciò procura al processo di modernizzazione del Paese. Ecco perché qualcuno ogni tanto torna a dire che quella della scuola e del sistema dell’istruzione, dell’educazione e della formazione è la madre di tutte le battaglie. Non a caso questa battaglia è da anni un cantiere sempre aperto, come irrisolto, d’una stabilità provvisoria, effimera: la scuola è la Salerno-Reggio Calabria delle grandi riforme che il Paese attende da un tempo immemorabile. Non siamo noi a sostenerlo: è l’evidenza dei risultati che lo propone.
Tornando a Montaigne, oggi come nel XVI secolo “occorre non appiccicare il sapere all’anima, ma (…) incorporarvelo; non bisogna innaffiarla, bisogna tingerla con esso; e se questo (…) non migliora la sua imperfetta condizione, certo vale molto meglio lasciarla com’è”.
Come a dire che: se non deve trattarsi di cultura, che le persone conservino almeno la propria semplicità.
Meglio ignoranti, che tronfi!
Paolo Marini

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