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CONSIGLI PER LA LETTURA

Sentinelle nel post-concilio, Chiarine, tamburi e non solo…, Hilaire Belloc e G. K. Chesterton: un’amicizia sotto il segno della Croce, L’uomo che ride. L’avventura umana e letteraria di G. K. Chesterton e La via di Roma

di Redazione Pensalibero.it | 3 Ottobre 2011

Sentinelle nel post-concilio
Lorenzo Bertocchi – Francesco Agnoli

Casa Editrice: Edizioni Cantagalli
Anno: 2011
N.Pagine: 160

Prezzo : 10,00 €

“Il concilio che si inzia sorge nella Chiesa come un giorno di luce splendidissima” diceva il Beato Giovanni XXIII all’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Purtroppo gli anni che seguirono furono meno splendenti di quel che si sperava. “Sentinelle nel post-concilio” sono dieci testimoni controcorrente, spesso emarginati dal politially correct, la cui voce può contribuire a far piena luce sui passi falsi.
Chiarine, tamburi e non solo…
Anna Maria Grassi

Casa Editrice: Pascal Editrice
Anno: 2011
N.Pagine: 110
Formato: 14.5×21

Prezzo : 10,00 €

Una città, ogni città, è tante cose: strade, palazzi, chiese, ma anche colori, profumi. . . e suoni. Nella cultura di ogni popolo la musica ha un ruolo importantissimo e attraverso la musica, sia quella popolare, sia quella colta, una comunità esprime il proprio rapporto con la vita e lascia testimonianza della propria storia. Questo libro vuole accompagnare i più piccini in un viaggio tra i luoghi, la gente e le istituzioni della musica senese, di ieri e di oggi, colmando una lacuna troppo a lungo durata

Hilaire Belloc e G. K. Chesterton:
un’amicizia sotto il segno della Croce

Ciò che davvero rese unico il sodalizio umano, culturale, politico di Belloc e Chesterton, e che li rese compagni d’arme nella buona battaglia, fu la comune visione di un Cristianesimo “sorridente”. (a cura di Mariavera Speciale)

Forse non tutti sanno che fu anche grazie all’amico scrittore Hilaire Belloc se G. K. Chesterton decise di abbracciare la fede cattolica. I due non condividevano soltanto l’interesse per la storia e la politica, la passione per gialli, polizieschi, per la letteratura in genere, e uno spirito eclettico che faceva di loro grandi oratori e prosatori versatili al punto da non poter essere inquadrati in nessuna definizione di genere. Ciò che davvero rese unico il sodalizio umano, culturale, politico di Belloc e Chesterton, e che li rese compagni d’arme nella buona battaglia, fu la comune visione di un Cristianesimo “sorridente”, capace di superare qualunque algido moralismo e smascherare con una misteriosa allegria riduzioni e menzogne sulla condizione umana. George Bernard Shaw coniò per i due scrittori l’appropriato quanto ironico appellativo “Chesterbelloc”. E noi, a nostra volta, per celebrare questa indissolubile amicizia, non potevamo che presentare insieme un saggio che ripercorre l’avventura chestertoniana e una perla ritrovata dell’amico Belloc, che attraverso il racconto di un grande viaggio ci invita a metterci in cammino alla ricerca della verità.
________________________________________

L’uomo che ride. L’avventura umana e letteraria di G. K. Chesterton
Edoardo Rialti

Non è facile chiudere in poche righe lo spirito di Chesterton, e ancor meno la sua vastissima opera. Giornalista, giallista, straordinario oratore, scrittore di poesie e aforismi, pamphlet politici e satirici, e persino di opere teatrali: non c’è genere che non sia stato indagato e sperimentato dalla sua voracità espressiva. La sua mente, in costante attività, si incantava a osservare i più piccoli dettagli e si perdeva nelle pieghe sottili della realtà, riuscendo però nello stesso tempo a mantenere sempre una visione d’insieme lucidissima e abbracciando tutto con curiosità infantile, divertita ironia e amore sconfinato. Molto di lui si intuisce leggendo la lista completa dei suoi possedimenti stilata per rassicurare la sua futura sposa: “un cappello di paglia, un bastone da passeggio – mirabilmente capace di spaccare la testa di chiunque neghi tu sia la più nobile tra le dame – una copia di poesie di Whitman, lettere, un coltello, accendini, tre sterline, […]” ma sopratutto “un’anima, un corpo – che assorbe tè, caffè, liquore, acqua di mare e ossigeno con sua completa soddisfazione – e un cuore”. Amante del mare, della buona tavola, del Natale (di quel meraviglioso senso di sovvertimento delle regole, di novità imprevedibile e rivoluzionaria incarnata nel Dio bambino), disposto a lottare con tutte le sue forze per difendere dal nichilismo quanto di buono, di bello e amabile ci sia nella vita umana, Chesterton trovava un inesauribile piacere nel dibattere animatamente con un interlocutore di opinioni opposte alle sue purché vi riconoscesse la sua stessa onestà intellettuale. Così, ad esempio, pur rifiutando l’ateismo, stimava profondamente la coerenza dell’ateo Bernard Shaw (“in lui tutto è sbagliato, tranne lui stesso”), ma diffidava dell! e morali nutrite nel disprezzo per la corporeità, come di chiunque osasse compiere la crudeltà di rivelare il finale di un giallo mandando in frantumi un incantesimo irripetibile. La vita intera era per Chesterton un enigma da indagare, la cui soluzione sarebbe arrivata soltanto alla fine, come nelle migliori trame romanzesche. “Uomo Vivo” – come recita il titolo di una delle sue opere più famose – Chesterton vide nel Cristianesimo la semplicità disarmante della Verità. La sua conversione, che ne avrebbe poi fatto un appassionato Difensore della Fede, fu per lui una resa incondizionata davanti a un Dio capace di accogliere in sé tutta l’essenza dell’umano, “il Dio che ha inventato il buon riso” e che non ha voluto restare in una distanza inaccessibile ma ha abbracciato e valorizzato i piccoli piaceri di ogni giorno.
Questo era Chesterton: un gigante del pensiero (e non solo) capace di prendere tutto molto sul serio, senza mai smettere di ridere. La biografia a puntate scritta da Edoardo Rialti per il quotidiano Il Foglio e raccolta in questo libro, riesce a restituire al lettore tutta la vitalità e la profondità del pensiero di Chesterton e quel senso di avventura, divertimento e stupore che accompagnava ogni sua impresa “umana e letteraria”.

DAL CAPITOLO VIII: “Ci sono poche consolazioni per noi in questo mondo, ma qualcuna c’è”, e per Chesterton rinnegarle voleva dire assumersi l’empietà di rinnegare il “divino materialismo” della creazione e il suo creatore, il “Dio di tutte le cose buone che sono sulla terra”, che a Cana avrebbe mutato l’acqua in vino, e non il vino in acqua. Per questo, quando gli si chiedeva perché si fosse convertito alla Chiesa cattolica, Chesterton ribatteva “per amore dell’allegria, della salute e della fantasia” e che il cristiano è l’unico in grado di guardare al mistero dell’esistenza, con le sue ferite e le sue bellezze, senza scorgere alcuna contraddizione tra una pinta, una pipa e una croce”.

La via di Roma
Hilaire Belloc

Nel 1901 Belloc decide di intraprendere un viaggio a piedi da Toul, in Francia, dove aveva terminato il servizio militare, fino a Roma. È un viaggio di purificazione che dovrà concludersi davanti alla Basilica di San Pietro il 29 giugno, in tempo per celebrare la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
Il pellegrinaggio di Belloc verso Roma non è solo un percorso metaforico, un’impresa dello spirito. È una strada reale, fatta di fatiche, pericoli, grandi silenzi, incontri, momenti di stupore e ostacoli da superare. Belloc lascia spesso la strada maestra e sceglie percorsi secondari, perché più interessanti, piacevoli e ricchi di imprevisti. Lungo il cammino non si lascia scappare l’occasione di conversare con la gente del posto, di visitare luoghi dal grande valore simbolico o di assaggiare qualche pietanza tipica. Ne nasce un intenso racconto che inaspettatamente coinvolge la storia e l’anima dell’Europa. Tra le pagine del suo quaderno compaiono alcuni disegni a matita appena tratteggiati che sembrano indicare i punti fermi del suo cammino: paesaggi, scorci, scene naturali, mura, campanili, borghi, ma soprattutto schizzi delle strade percorse e dei tragitti da compiere.
Nel corso di questa impresa, Belloc riscopre la memoria del vecchio continente e il suo legame con Roma, tutto sembra ricordala ed evocarla, tutto conduce inevitabilmente alle sue porte. Nel grande quadro della storia universale che si dispiega di fronte ai suoi occhi, l’Europa rappresenta il cuore pulsante della cristianità.
Il suo viaggio passa lungo il Rodano, oltre le Alpi, attraverso la Svizzera e gli Appennini per trovare infine le città italiane, preludio della meta tanto agognata. Belloc tende l’orecchio e il cuore per ascoltare tutto ciò che i luoghi sono in grado di offrire e per accogliere impressioni e suggestioni che questi evocano. Nel suo racconto prendono vita panorami magnifici, architetture dalla lunga storia, paesaggi umani variegati che diventano spunto per divagazioni sull’universalità dell’animo umano, sulle peculiarità dei popoli che incontra e sulla sua storia personale.
Più di ogni altra cosa Belloc, come ogni pellegrino, è in cammino verso se stesso: ad ogni passo ha modo di riflettere sulle sue origini (madre inglese, padre francese, nonni irlandesi), sui ricordi della sua prima giovinezza e della sua esperienza di soldato, e sulla sua identità “europea” che prima di essere nazionale è religiosa.
Giunto finalmente alla meta, esattamente nei tempi stabiliti, Belloc ci sorprende ancora una volta. Ci racconta poco o nulla di Roma ma improvvisa delle rime, come un tempo avrebbe fatto un trovatore medioevale, in onore dei suoi compagni di viaggio, il bastone e gli scarponi, che adesso avranno il meritato riposo.
Ciò che conta alla fine, sembra dirci Belloc, non è tanto la meta quanto il cammino, il viaggiare, il tendere di corpo e spirito verso un nobile obiettivo. Fedelmente e con ostinazione.

DALLE PAGINE 146-147: “Certo, era uno spettacolo nuovo per me vedere tutti gli uomini, donne e bambini di un luogo che accettavano tutti quanti senza riserva il Cattolicesimo; sicché misi accuratamente sotto una pietra in cima a un muretto il mio sigaro ed entrai anch’io in chiesa. Vidi allora che andavano a cantare i Vespri. Tutto il villaggio cantava e sapevano molto bene i Salmi; m’accorsi che il loro latino era più vicino a l tedesco che al francese […] Tutto il mio spirito fu rapito e trasfigurato da quest’atto collettivo, e vidi per un momento la Chiesa Cattolica proprio com’era in realtà, e mi ricordai dell’Europa e dei secoli. Mi sentii liberato al tempo stesso da quella tendenza a criticare e a contraddire che, per noialtri, è sempre associata alla Fede. […] Ritrovai il mio sigaro e l’accesi di nuovo, e riflettendo molto più profondamente di prima, non senza lacrime, mi misi a meditare sulla natura della Fede”.

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