Doveva essere un evento di routine, ma l’Assemblea di Confindustria si é rivelata un piccolo laboratorio politico ed economico che, se non altro a futura memoria, potrebbe rivelarsi importante nell’orizzonte di medio termine.
Innanzitutto, contro le previsioni che lo vedevano condizionato dall’imbarazzante affair de Il Sole 24Ore, Enzo Boccia ha sfoderato grinta contro l’immobilismo e i rischi di nuovi consociativismi. Senza mai neppur fare il nome di Gentiloni, e raffreddando le relazioni sindacali in una fase difficile, ha riconosciuto la bontà di alcuni provvedimenti governativi utili al sistema industriale, prima tra tutti il super ammortamento e l’industria 4.0. Ma la denuncia di certi numeri é stata spietata. Il Paese é fermo sulla produttività, vera emergenza italiana, e campa sullo stesso PIL del 2000 (Spagna:+27%), la dov’è tutti i competitori già agganciano la ripresa. I segnali positivi indicati da Draghi sono una cattiva notizia per noi, destinati ad ampliare un divario che sta diventando un abisso.
É in questo quadro che si é innestato l’applauditissimo discorso del Ministro Calenda, il cui successo personale – davanti a 1600 industriali e 7 colleghi ministri – é arrivato come un uccello del malaugurio dalle parti della segreteria Pd. Lo stesso Renzi che in questi anni aveva presentato Calenda come un simbolo eccellente, da Ministro e persino ad un certo punto da Ambasciatore a Bruxelles, ha poi emarginato il pupillo, bollato ora come tecnico, in senso spregiativo.
Il punto di rottura é stato quello della tempistica, ribadita dal Ministro in piena sintonia con Boccia: non si possono fare elezioni anticipate senza prima aver messo in sicurezza le Banche e varata una manovra severa, che eviti l’esercizio provvisorio.
Pillole di buon senso ma anche fine della carriera di Calenda? Sembrerebbe di sì, a giudicare anche dalla scomparsa della “sua” legge sulla concorrenza, bruscamente depennata da Maria Elena Boschi, ma qui si apre appunto un laboratorio prospettico tutt’altro che tecnico.
Nella corsa ad assomigliare a Macron, Calenda é ora in grande vantaggio su tutti, compreso l’ex Premier, che pure rivendica di aver anticipato l’intuizione del nuovo inquilino dell’Eliseo. Ma Macron ha vinto puntando sull’Europa senza se e senza ma, appunto come fa Calenda, evitando tutti i distinguo dettati dall’inseguimento di sovranismi e populismi che raccontano di un’Europa “burocratica”, che non corrisponde alla realtà, essendo l’UE il riflesso politico dei Paesi che la compongono.
Nel confuso contesto di una riforma elettorale e di un dopo elezioni che potrebbe essere di forzate intese con partiti che considerano il nome di Calenda molto gradito (rischiando con ciò di metterlo definitivamente sulla lista nera), il Ministro dello sviluppo, da brutto anatroccolo del nuovo renzismo potrebbe diventare cigno. Per ora, rischia di annegare nello stagno, ma se sopravvive potrebbe essere una risorsa imprevista. Senza partito, come Macron, ma forse con alleati forti.
Beppe Facchetti

speriamo che NON lo trovi!