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Comprare tempo?

di Enrico Cisnetto | 30 Settembre 2012

Le mosse della “banda dei quattro” e tre questioni da non sottovalutare a Francoforte.

Qualcuno ha notato che lo spread è tornato ad avvicinarsi a quota 400? E che dell’effetto benefico della mossa di Draghi ci siamo già mangiati oltre 50 punti rispetto al minimo di 329 punti toccato il 19 settembre, soltanto 9 giorni fa? Immersi come siamo nelle squallide vicende del pollaio italico, rischiamo di perdere di vista tre cose fondamentali che stanno accadendo sulla scena europea e sui mercati finanziari.
La prima è che la coraggiosa decisione presa dalla Bce il 6 settembre scorso fatica a mettersi in moto, con la conseguenza che l’effetto calmieratore prodotto inizialmente da Draghi – ricordiamoci che a fine agosto lo spread era a 450 – si sia velocemente dimezzato. D’altra parte, due giorni fa la “banda dei quattro” (Germania, Olanda, Finlandia e Austria) ha messo in dubbio la possibilità di una ricapitalizzazione rapida e diretta delle banche (in teoria tutte, nella fattispecie immediata quelle spagnole). Cosa che frena il processo di trasferimento a Francoforte dei poteri di controllo sul sistema bancario continentale, anche se paradossalmente i “quattro” subordinano proprio ad una vigilanza già funzionante la possibilità di erogazione delle risorse.
Mentre del fondo “salva Stati” ancora non si è definita la modalità di azione, tanto che per Berlino esso non potrà occuparsi delle questioni precedenti all’entrata in vigore del meccanismo unico, ma solo di quelle nuove (come si faccia distinguere tra pre e post nessuno lo sa). Insomma, il rischio è che quel “comprare tempo” in cui consiste la mossa di Draghi sia compensato da altrettanto tempo comprato da chi di quella decisione della Bce era contrario (esplicitamente o meno) e che ora cavilla per ritardarne l’esecuzione e quindi gli effetti.
La seconda questione cui occorre badare è conseguenza della prima: i governi non hanno fatto alcun passo avanti, anzi, nella definizione di una comune strategia per rispondere politicamente alla crisi dell’eurosistema e alla sempre più pesante (e diffusa anche tra i paesi maggiormente solidi) recessione. Già c’era il dubbio che quel tempo che Draghi intendeva offrire a Merkel, Hollande e colleghi per fare politiche federative (nella direzione degli Stati Uniti d’Europa) senza la pistola alla tempia della speculazione, sarebbe davvero stato utilizzato. Ora si capisce che il cronometro non è neppure partito perché c’è chi vuole sabotarlo. Ergo lo spread torna inevitabilmente a salire.
Ma cresce non solo e non tanto per effetto di Spagna (di più) e Italia (di meno, tanto che i tassi scendono), ma in buona parte per “colpa” della Germania. E qui siamo alla terza questione che va monitorata: il ribasso dei rendimenti dei titoli di Stato tedeschi. Il fatto che sia un problema lo testimonia l’ennesima asta di Bund in cui la domanda è risultata decisamente inferiore all’offerta.
Mercoledì, infatti, l’emissione di titoli decennali tedeschi per 5 miliardi ha ricevuto richieste pari a solo 3,95 miliardi, con il rendimento medio che si è attestato all’1,52%, oltre mezzo punto sotto l’inflazione, che viaggia al 2,1%, cioè sopra il limite massimo del 2% assunto dalla Bce per considerare stabili i prezzi. Un mezzo fallimento, già successo altre volte, dovuto al fatto che gli investitori internazionali, e in particolare i fondi pensione, non sono più disposti a comprare bund che non rendono nulla, anzi che hanno tassi reali negativi. E questo fenomeno, più ancora che la spinta al rialzo degli spread italiani e spagnoli, finirà per essere un elemento decisivo per “girare le carte” in sede europea. Con che esiti non è dato sapere, visto che la cosa può indurre i tedeschi sia a più miti consigli (sperabile, ma improbabile) sia invece ad inasprire i toni con Spagna e Italia come ha già fatto con la Grecia (deprecabile, ma probabile). Paradossalmente, per l’Italia il pericolo maggiore viene dal fatto che i nostri tassi stanno (per ora) scendendo.
Ieri il Tesoro, con qualche fatica tanto che sono stati collocati 5,65 miliardi rispetto a 6 di target, ha venduto Btp a 5 e 10 anni con rendimenti medi rispettivamente del 4,09% (dal 4,73% di agosto) e del 5,24% (dal 5,82%). Questo, da un lato, significa che nel 2012 gli oneri sul debito potrebbero essere un po’ di meno degli 86,12 miliardi previsti nell’ultimo Def (8 miliardi di aggravio rispetto all’anno scorso) o comunque non aumentare se la previsione, come spesso succede, fosse ottimistica. Ma dall’altro lato, l’effetto potrebbe essere quello di indurre il governo e (soprattutto) la politica ad abbassare la guardia e accantonare ancora l’idea, che negli ultimi tempi aveva preso un minimo di consistenza, di aggredire lo stock di debito con una manovra sul patrimonio.
Gli scandali e la campagna elettorale sempre più prossima non aiutano, se poi lo spread aumenta ma i tassi scendono (per via di quelli tedeschi), siamo fritti.

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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