
Nel dibattito sul conflitto israelo-palestinese, ciò che più colpisce, a un’analisi attenta, non è tanto il contenuto esplicito delle affermazioni, ma la forma, il modo in cui il discorso si struttura.
Il discorso propal, che si presenta come voce dei diritti e della solidarietà, è in realtà una costruzione retorica accurata, fondata su dispositivi precisi e reiterati. Non è spontaneità emotiva, ma un’architettura del senso, pensata per orientare la percezione morale del conflitto.
Tra le figure ricorrenti, spicca innanzitutto
l’eterotelia dell’argomento:
si parte da una premessa umanitaria: la sofferenza dei civili palestinesi, ma si giunge sempre allo stesso esito, ovvero la delegittimazione dell’esistenza stessa di Israele. È un meccanismo che sfrutta l’emozione per spostare l’oggetto dell’attenzione: da un’istanza specifica a un’accusa assoluta.
il chiasmo etico:
figura retorica che inverte simmetricamente i ruoli: l’aggressore viene dipinto come vittima, la vittima come carnefice. Questo ribaltamento è tanto più efficace quanto più si appoggia su fallacie ad misericordiam, ovvero l’uso della sofferenza reale per bloccare ogni possibilità di argomentazione razionale. La lacrima diventa prova, l’immagine sostituisce il contesto, la reazione cancella la causa.
Un’altra strategia centrale è quella che potremmo definire
sineddoche selettiva:
un dettaglio viene preso per il tutto. Un colono violento, un checkpoint, un video sgranato diventano Israele tout court. L’intero si dissolve nel particolare più emotivamente efficace. Questo procedimento si salda con la falsa dicotomia, che presenta il mondo diviso in due poli morali: da un lato l’oppresso, dall’altro l’oppressore; da un lato Gaza, dall’altro il “regime sionista”. Non è possibile alcuna terza via, alcuna complessità: chi non denuncia Israele è complice del genocidio.
Ma il cuore pulsante di questa retorica è un meccanismo antichissimo:
la costruzione del capro espiatorio.
Israele viene trasformato da Stato reale, con una storia, una società pluralista, contraddizioni e diritti, in figura simbolica, in principio colpevole. Non per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta.
È il soggetto che consente al mondo di proiettare fuori da sé le proprie contraddizioni: colonialismo, militarismo, senso di colpa post-occidentale. Come ci ha insegnato René Girard, il capro funziona finché resta invisibile come tale.
Finché si crede davvero che il suo annientamento coincida con una forma di purificazione.
E così si produce anche
l’apocatastasi invertita:
la figura dell’oppresso viene assolutizzata, redenta preventivamente. Non importa che compia stragi, che neghi ogni forma di convivenza, che rifiuti il dialogo. È comunque dalla parte giusta della storia. La sua sola esistenza in quanto “resistente” lo salva moralmente da ogni giudizio.
Questa macchina discorsiva non è spontanea.
È una costruzione retorica precisa, colta, spesso travestita da pensiero critico. Cita Fanon, Said, Foucault, ma ne utilizza le categorie come puri strumenti di polarizzazione. Il suo scopo non è la giustizia, ma la semplificazione. La sua forza non sta nella verità, ma nella riduzione binaria del mondo.
Per rispondere a questa egemonia non bastano i dati, né le smentite. Serve una contro-retorica che non abbia paura della complessità.
Che smascheri i dispositivi, che nomini le omissioni, che restituisca dignità alla realtà, anche quando è scomoda, anche quando non consola.
Perché svelare le figure del discorso doventa un atto di resistenza etica.
David Pacifici

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