Il 27 aprile 2007 si è conclusa una delle ultime puntate della serie “Chi vuol esser magistrato?” in cui Annamaria Franzoni è stata dichiarata colpevole per la morte di suo figlio Samuele e condannata a 16 anni di carcere.
Una sentenza prevedibile e senza colpi di scena che avrà deluso i fan che, dalle prime ore del mattino, affollavano gli spazi antistanti il Tribunale con tanto di biglietto per assicurarsi un posto in prima fila e, forse, un autografo di Annamaria Franzoni Superstar.
E’ palese che l’ingiustificata pressione mediatica abbia fomentato una morbosa aspettativa circa l’esito di questa storia in cui ciascuno si è sentito autorizzato ad esprimere sentenze e condanne come se queste fossero legittime quanto quelle emesse dalla giustizia ordinaria e, soprattutto, come se il vero processo fosse quello organizzato dal circuito giornalistico e televisivo, fatto di indizi e indagini proprie, sospetti e assoluzioni decretati dalla sola legge dell’Auditel.
Gli pseudogiornalisti che si sono occupati del “caso Cogne” hanno allegramente sguazzato per tre lunghi anni nel pantano della recita televisiva della giustizia ergendosi a giudici, ad avvocati, a magistrati, mostrandoci ossessivamente le immagini della villetta, del letto sporco di sangue, del pigiama, dei vari mestoli e utensili da cucina, dicendo tutto e il contrario di tutto.
Per la verità di Cogne se ne sono occupati tutti: avvocati, criminologi, psichiatri, casalinghe, veline e uomini di fede. Tutti raccolti intorno ad un grottesco plastico della villetta teatro dell’omicidio a discutere della presunta colpevolezza della madre più famosa d’Italia, che ormai tutti chiamano semplicemente “Annamaria”, quasi fosse un’ amica di famiglia.
Un baccano mediatico al quale non si è sottratta nemmeno lei.
Lei che si è esposta più nei salotti tv che nelle aule giudiziarie, che non ha mai disertato le interviste televisive, così come è successo invece per il tribunale, che si è appellata al pubblico, invocando la propria innocenza, piuttosto che alla giustizia reale.
Così lo spettacolo, pietoso, è andato avanti.
Imperterrito.
Con la complicità di tutti. Sì perché in fondo ciascuno di noi si è lasciato sedurre da questo perverso gioco delle parti in cui oggi si possono vestire i panni del giudice innocentista e domani, a seconda della nuova tesi che andrà di moda, quelli del colpevolista. Scrutando la verità, con l’aiuto dei primi piani e delle zoomate della telecamera, nelle lacrime televisive. Considerate sempre troppe. O troppo poche.
Aspettando il nuovo colpo di scena, come in una qualsiasi soap opera che si rispetti.
Nel frattempo la memoria e il ricordo di un bambino che non c’è più sono state sepolte e oltraggiate dalle ragioni dell’odience e di certi giullari dell’informazione che adoperano questi eventi come armi di distrazione di massa.
Così ogni qualvolta nel Paese accadono cose che è bene tenere lontano dall’attenzione dei cittadini, i salotti televisivi rispolverano plastici e filmati del giallo italiano più famoso, spacciandoli per notizie di interesse pubblico.
La logica da reality show ha inghiottito anche il meccanismo giudiziario, facendo proprie le regole dell’amministrazione della giustizia.
Ma adesso basta, non se ne può più.
Stop al televoto.
Lidia Tagnesi.

Lascia un commento