Qualche volta, con i pentiti, si arriva a fare giustizia. Accadde nell’Italia insanguinata dal terrorismo degli anni settanta e ottanta. Altre volte i pentiti servono per obliqui regolamenti di conti: rovinare avversari politici, togliere di mezzo imprenditori concorrenti, e persino affermare la supremazia di una procura su un’altra (come pare in questi giorni a proposito dei rapporti tra procuratori palermitani e di Caltanisetta). Ma il pentitismo è anche un business. Massimo Ciancimino è solo l’ultimo esempio fra i tanti mafiosi che sulle rivelazioni “a rate” hanno costruito (o conservato) una loro fortuna, salvo poi scoprire che avevano continuato tranquillamente a delinquere dopo essere stati “collaboratori di giustizia” o addirittura “pentiti”.
Scrivono i giornali che quello del tesoro è il terzo “mistero” che riguarda il figlio dell’ex sindaco di Palermo, dopo quello del “pizzino” contraffatto per tirare in ballo il prefetto De Gennaro e quello del possesso di ingenti quantitativi di esplosivo, sotterrato nel giardino di casa. Tre misteri che presumibilmente terranno desta l’attenzione della stampa e degli inquirenti per molto tempo ancora. Qualcuno potrebbe dedicare un po’ di tempo anche al quarto mistero, secondo noi il più importante?
Chi ha deciso che Massimo Ciancimino si era “pentito”. E, soprattutto, perché?
P.
CIANCIMINO IL BUSINESS DEL PENTITISMO E IL QUARTO MISTERO
E’ solo l’ultimo esempio fra i tanti mafiosi che sulle rivelazioni “a rate” hanno costruito (o conservato) una loro fortuna. )

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