Apprendo che su “Il Manifesto” e’ stata pubblicata una lunga intervista alla storico comunista Luciano Canfora, una intervista destinata a far rumore per gli argomenti sollevati non tanto in tema di attualità politica sul governo gialloverde, quanto per le novità ideologiche introdotte che segnano il distacco dell’intellettuale dall’ideologia comunista per approdare alla socialdemocrazia.
Titola a tutta pagina il Manifesto, riportando le parole di Canfora “Serve una vera socialdemocrazia, solo così la sinistra tornerà rivoluzionaria”. E nel sottotitolo
“Pd paralizzato, chi non vuole fare l’eremita riprenda l’insegnamento di Brandt, sarà una scelta radicale». «Saragat e Tanassi? No, era il nome del partito di Lenin La giustizia sociale resta una parola d’ordine fortissima. Per De Rita non c’è più la spinta vitale? Ora la lotta è impari», “La politica di Di Maio è stato un bluff, il duro ha fallito tutte le promesse. Su fisco e giustizia solo sceneggiate da campagna elettorale. L’autonomia? Disgusta il sì dei dem”.
Insomma un altro punto a favore dell’organizzazione di una società piu’ liberale, piu’ riformista, piu’ partecipativa. Lo storico difende a spada tratta la socialdemocrazia, e c’e’ da credere che il mondo e’ cambiato e che la socialdemocrazia e’ la vincitrice morale, storica e politica della vicenda italiana che ha messo a tacere nei fatti il massimalismo degli anni venti (il biennio rosso 1920/1922) e proseguito poi dalla Liberazione in poi attraverso la nascita di gruppuscoli politici, Lotta continua, Potere Operaio, Movimento studentesco , per citarne alcuni, parte dei quali sfociarono poi nel terrorismo. Ma veniamo ai punti salienti dell’intervista . “Respingo la definizione buffissima di sinistra radicale, dice lo storico, fa pensare alle guardie rosse del 1919 a Berlino: si spara, la rivoluzione fallisce, Rosa (Luxemburg, ndr) viene massacrata. Ma dal 1946 in Italia c’è una sana socialdemocrazia. Il Pci lo è stato a lungo e con successo. Ora il Pd ha abbandonato quella tradizione. Se gli avanzi della sinistra, che non vogliono stare in quel calderone assurdo che è il Pd, avessero senso politico, dovrebbero riproporre le parole d’ordine fortissime della vera socialdemocrazia: giustizia sociale, restituire ai sindacati la loro funzione, contrattazione nazionale e non la frantumazione che piace a Confindustria. Sarebbero definiti radicali ma farebbero quello che faceva Willy Brandt”. Onore al merito al PCI che ha saputo dall’opposizione governare i cambiamenti ed ha saputo assicurare attraverso le sue organizzazioni parallele una solida vita democratica del Paese. “Perché il Pd non ne vuole sentire parlare e questi, pur simpatici, hanno ritegno a usare quel termine socialdemocrazia, che invece io uso con tanto rispetto. Perché da noi è legato a Saragat, al tradimento, a Palazzo Barberini. Ricordo sempre che il partito di cui Lenin fu il capo si chiamava partito socialdemocratico russo. E quello di cui Engels fu padre nobile era la socialdemocrazia tedesca. È inutile avere paura delle parole per colpa di Saragat, Tanassi e Cariglia. Infine l’endorsement , la dichiarazione pubblica di supporto. Alla domanda “gli ex comunisti dovrebbero dichiararsi socialdemocratici per tornare rivoluzionari? Sì, risponde Canfora, oggi avrebbe quest’effetto e sarebbe una parola unificante, se la sinistra avesse il coraggio di fare politica, di darsi un obiettivo, di spiegarlo chiaro e tondo, non reagire al seguito della cronaca, commentare i fatti magari con gesti nobili. Se il cittadino comune interessato alla politica, una minoranza, si chiede ‘ma quelli che vogliono‘, non saprebbe dare una risposta”. Una considerazione finale: nel 1964, in parallelo con l’elezione del Presidente della Repubblica (il Presidente Antonio Segni si era dimesso) su iniziativa di Gorgio Amendola e con l’apporto dei partitini laici (PRI, PSDI) Giuseppe Saragat fu eletto Presidente della Repubblica. Determinanti furono i voti dei comunisti che mandarono al Quirinale un appartenente alla famiglia socialista. E di là parti Giorgio Amendola per rilanciare l’unità delle forze socialiste che avrebbero avuto come obiettivo il Partito del Lavoro.
Salvatore Lagaccia
Caro Salvatore, ti ringrazio di questo articolo che potrebbe contribuire ad una salutare discussione. E comincio io, facendo osservare a Canfora che il problema dei comunisti, tuttora tali o ex, non sono le parole. E nemmeno i nomi. “È inutile avere paura delle parole per colpa di Saragat, Tanassi e Cariglia” scrive il simpatico professore. E, infatti, non sono le parole a renderli refrattari. Sono piuttosto le idee, i fatti ed i misfatti evocati da altri nomi, quali Stalin, Lenin, Mao, Togliatti e tantissimi altri dell’album di famiglia del comunismo internazionale. Turati, Saragat e gli altri riformisti, al più rappresentano incubi perché provocano, giustamente, crisi di coscienza. Ma, a parte questo, Canfora ha ragione: un bagno di Socialdemocrazia, se non è troppo tardi, farebbe bene. Ma la storia recente dimostra che i comunisti, tuttora tali o ex, di questa parola hanno paura perché così è stato loro insegnato da cattivi maestri. Eppure, da adulti, ci si potrebbe affrancare da qualsiasi insegnamento. Solo a volerlo.(n.c.)

L’unico errore fatto alla caduta del muro di Berlino è stato non convocare gli ‘Stati Generali” della Sinistra Italiana ed Europea per prendere atto del fallimento dell’idea comunista incentrata sulla dittatura del proletariato e dar constatare la giustezza del “riformismo” socialdemocratico ed europeo. C’è tempo per riprendere il cammino.