• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Che cosa sapeva Netanyahu? Israele ha il diritto di scoprirlo

Ieri due notizie importanti. Una da Israele, l’altra verso Israele. Riguardano entrambe Netanyahu. Una nuova inchiesta sostiene che il premier fosse stato avvertito di un possibile attentato dieci giorni prima del 7 ottobre. Non è ancora una verità accertata, ma è una ragione in più per istituire la commissione indipendente che il governo continua a ostacolare. Non sappiamo ancora che cosa sapesse Benjamin Netanyahu. Sappiamo che non vuole consentire a Israele di accertarlo fino in fondo.

di Marco Taradash | 10 Settembre 2026

Ieri due notizie importanti. Una da Israele, l’altra verso Israele. Riguardano entrambe Netanyahu.

Una nuova inchiesta sostiene che il premier fosse stato avvertito di un possibile attentato dieci giorni prima del 7 ottobre. Non è ancora una verità accertata, ma è una ragione in più per istituire la commissione indipendente che il governo continua a ostacolare.

Non sappiamo ancora che cosa sapesse Benjamin Netanyahu. Sappiamo che non vuole consentire a Israele di accertarlo fino in fondo.

Haaretz ha pubblicato un’inchiesta che, se corroborata, cambierebbe la dimensione politica dell’agguato del 7 ottobre. Dieci giorni prima del massacro, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe telefonato personalmente al primo ministro israeliano per avvertirlo che Yahya Sinwar, capo di Hamas, stava preparando una «grande operazione», capace di provocare un bagno di sangue, destabilizzare il Medio Oriente e mettere in pericolo gli Accordi di Abramo.

La ricostruzione proviene dal libro di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, Ostaggi: “843 giorni di abbandono”. Gli autori affermano di avere raccolto centinaia di testimonianze e consultato registrazioni, documenti e corrispondenza interna. Non risulta, tuttavia, che dispongano di una registrazione della telefonata contestata.

Secondo il loro racconto, un consigliere di bin Zayed con conoscenza diretta della conversazione avrebbe riferito che Netanyahu reagì con relativa calma: Israele, disse, era preparato a ogni eventualità e il pericolo maggiore proveniva semmai dalla Cisgiordania. L’avvertimento non sarebbe stato trasmesso ai vertici dell’esercito e dei servizi di sicurezza.

L’ufficio di Netanyahu definisce tutto questo una «menzogna assoluta»: la telefonata non sarebbe mai avvenuta e il primo ministro non avrebbe ricevuto alcun avvertimento. Gli Emirati, per ora, non hanno confermato pubblicamente la ricostruzione.

È dunque scorretto scrivere che sia ormai provato che Netanyahu conoscesse in anticipo il piano del 7 ottobre. Anche se autentico, l’avvertimento non avrebbe necessariamente indicato la data, gli obiettivi e le dimensioni precise dell’attacco. Conoscere l’esistenza di una minaccia non significa conoscere l’operazione che sta per cominciare.

Ma sarebbe altrettanto scorretto fingere che l’accusa cada nel vuoto.

Sappiamo già che gli apparati israeliani possedevano da oltre un anno il documento denominato “Muro di Gerico”, che descriveva con impressionante somiglianza il tipo di attacco poi realizzato da Hamas. Sappiamo che le soldatesse addette alla sorveglianza della frontiera avevano segnalato esercitazioni e movimenti anomali. Sappiamo che la dirigenza militare e politica rimase prigioniera della convinzione che Hamas fosse contenuta, interessata a governare Gaza e dissuasa dal provocare una guerra generale.

Le inchieste militari hanno riconosciuto errori catastrofici. I vertici dell’esercito e dell’intelligence hanno ammesso le proprie responsabilità e molti si sono dimessi. Netanyahu, invece, ha finora respinto l’istituzione della commissione statale d’inchiesta richiesta dai familiari delle vittime e degli ostaggi. Ha sostenuto un organismo speciale sulla cui composizione e sul cui mandato il governo e la maggioranza parlamentare avrebbero un’influenza decisiva.

Qui sta il punto, ancora prima che la rivelazione di Haaretz sia definitivamente verificata. Se Netanyahu non ricevette quella telefonata, una commissione indipendente potrà stabilirlo autorevolmente. Se la ricevette, dovrà accertare che cosa gli venne detto, a chi trasmise l’informazione e perché non seguirono misure adeguate. In entrambi i casi, soltanto un accertamento pubblico può restituire fiducia alle istituzioni israeliane.

La responsabilità politica, inoltre, non coincide con una sentenza penale. Non occorre dimostrare che un capo di governo conoscesse ogni particolare di un attentato per domandargli conto della dottrina strategica perseguita per anni: considerare Hamas un nemico gestibile, indebolire l’Autorità palestinese, trasferire energie militari verso la Cisgiordania e preferire la conservazione del conflitto alla ricerca di una soluzione politica.

L’altra notizia ė che proprio oggi, intempestivamente visto il caso sollevato da Haaretz, Regno Unito, Francia e Canada hanno annunciato l’introduzione di restrizioni al commercio dei beni provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Non è un boicottaggio di Israele. È il tentativo, condivisibile o meno nei mezzi, di distinguere lo Stato israeliano da una politica di colonizzazione che rende sempre meno praticabile la soluzione dei due Stati.

Il governo israeliano ha risposto annunciando la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, accreditato presso l’Autorità palestinese, e altre ritorsioni diplomatiche. Ha così colpito anche i rapporti con quella leadership palestinese che dovrebbe rappresentare l’alternativa politica ad Hamas.

Non sono due vicende equivalenti. Condividono però la stessa origine politica: l’illusione che il conflitto possa essere amministrato indefinitamente, senza una soluzione e senza pagarne il prezzo istituzionale.

Prima del 7 ottobre, Netanyahu ha creduto di poter contenere Hamas, marginalizzare l’Autorità palestinese e governare lo status quo. Dopo il 7 ottobre, la conduzione politica della guerra ha rinviato tanto la riapertura di un processo di pace quanto l’accertamento delle responsabilità.

Dopo la sorpresa della guerra del Kippur, Golda Meir accettò la commissione Agranat e si dimise nell’aprile del 1974, benché la commissione non le avesse attribuito una responsabilità personale diretta. Non perché Israele fosse colpevole dell’aggressione subita, ma perché una democrazia deve saper distinguere la responsabilità del nemico da quella dei propri governanti.

Hamas conserva per intero la responsabilità criminale del massacro del 7 ottobre. Proprio per questo Israele non deve permettere che quella responsabilità diventi uno scudo dietro il quale nascondere gli errori del suo governo.

Difendere Israele, come ė giusto e necessario di fronte all’offensiva dei movimenti antisionisti filo Hamas, non significa difendere Netanyahu. Significa pretendere che Israele conosca la verità, accerti le responsabilità e torni a immaginare quella pace che Yitzhak Rabin aveva compreso non essere l’alternativa alla sicurezza, ma la sua condizione politica più duratura.

Le sorti della democrazia israeliana e di quella europea sono sempre più legate, sarà bene che su entrambe le sponde del Mediterraneo se ne traggano le conclusioni.

Marco Taradash

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Marco Taradash

Marco Taradash, livornese è un giornalista, liberale di tendenza radicale, già deputato europeo e nazionale coi radicali, poi con Forza Italia, presidente della Commissione Rai dal 1994 al 1996. Fondatore e promotore della Convenzione per la Riforma Liberale (1995) con Giuliano Ferrara, Lucio Colletti, Dario Antiseri, Marcello Pera, Piero Melograni, Giorgio Rebuffa, Raimondo Cubeddu, Gaetano Quagliariello e altri, poi dei Riformatori liberali (2005) con Peppino Calderisi, Benedetto Della Vedova, Emilia Rossi, Carmelo Palma. Promotore di vari referendum, da quello per la depenalizzazione dell’uso personale di droghe proibite (1993) a quello per l’abolizione della quota proporzionale delle legge detta Mattarellum (1999, per l’uninominale secca, insomma). Votò sì alla riforma costituzionale il 4 dicembre 2016. Non condivise poi l’alleanza della Lista Bonino-+Europa col Pd e fondò Centromotore. Partecipò alla successiva nascita del partito +Europa, si candidò alle Europee, sostenne il voto contrario di +Europa al governo giallorosso. Crede alla necessità di una forza liberaldemocratica alternativa al fasciosovranismo e al populismosinistro.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire
  • Cesare Valletta su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Luisa Marzulli su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Francesco Altamore su La distanza che umilia l’Italia
  • Luca Bagatin su Netanyahu: “Israele difende anche voi”: e allora?

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti