L’abbeveratoio sull’informazione italiana è uno solo ed è intermediato. Da molto tempo voci assolutamente inautorevoli, non giustificate e autoreferenziali costruiscono database sulle vicende più importanti, dalla corruzione, alla mafia, alla libertà di espressione.
La conquista dell’opinione pubblica estera è una cosa importante. Lo è soprattutto quando un paese è molto interdipendente dall’estero. In un paese come l’Italia, le fazioni sono tante come le diverse interpretazioni delle cose. Solo una opinione però da anni è prevalente sui canali esteri ed è la stranamente più autodistruttiva. Poi c’è l’altra faccia della medaglia, l’opinione pubblica ed i media internazionali. Al contrario di quelli italiani, hanno idee chiare, generalmente coincidenti con l’interesse nazionale. Naturalmente cercano voci e riflessioni coincidenti con la propria visione del mondo. Li trovano agevolmente nel nostro paese, ne sostengono credibilità ed autorevolezza. Così di ritorno, opinion maker che si sono fatti strada raccontando al peggio il paese, possono riportare le opinioni estere sull’Italia, miracolosamente coincidenti con i loro racconti. Da anni l’Italia è descritta nel peggiore dei modi. Ora è facile farlo, ma succede da molto tempo. E’ noto chi parla, ascoltato, in Italia alla stampa estera. E’ anche noto il gruppo più importante della stampa estera. Si aiutano, sostengono e pubblicizzano vicendevolmente attorno al partito de La Repubblica. Il reciproco link non reggerebbe però se non ci fosse un’accurata selezione delle opinioni nei più importanti paesi occidentali.
La rete diplomatica vaticana è tra le più estese del mondo e produce notizie, riflessioni e documentazioni proprie, indipendenti, frutto del suo punto di vista. E’ comprensibile che sia stata censurata del tutto nella costellazione dell’infoproviding anglosassone quando trattava di Medio Oriente e di Sudamerica. Più strano che sia scomparsa in Italia proprio mentre i nostri media santificavano le tirate filoproletarie del Papa. Ogni tanto compare uno studioso o un blogger straniero impegnato a capire di più delle nostre vicende. Diventa subito oggetto di attacchi, di svalutazione e di dileggio. Deve essere chiaro che l’abbeveratoio sull’informazione italiana è uno solo ed è intermediato. Da molto tempo voci assolutamente inautorevoli, non giustificate e autoreferenziali costruiscono database sulle vicende più importanti, dalla corruzione, alla mafia, alla libertà di espressione. Ultimi i volontari, le Ong, i blog ed i progetti universitari finlandesi che pubblicano dati su Mare Nostrum. Il cordone ombelicale di stampa italiana ed estera intrecciati li ha subito diffusi, una appoggiandosi all’altra. Se in Germania prevale l’idea di un’Italia confusionaria e inaffidabile, se per il mondo nordico ogni colpa è della burocrazia e degli impicci contro il libero mercato, ecco i nostri correre a portare prove su quanto abbiano ragione gli stranieri. Solo con la Francia, troppo smaccatamente anti italiana nelle piccole cose, il sistema non funziona; ed è un peccato perchè i transalpini hanno subito in passato questo tipo di pressione internazionale.
La Reuters ha diffuso una nota deprimente sull’Italia, descrivendola come affogata, repressa, cancellata. Un Titanic o meglio un Concordia, una grande economia che affoga. Peggio, descrivendo il Belpaese come un’Argentina europea. Cita Vito Tanzi “you can learn a lot about Italy by looking at Argentina.”. Tutti sanno quale mostro sia oggi il paese del Papa e di Maradona agli occhi del capitale internazionale, Un paese in tracollo totale per la seconda volta che non vuole pagare i suoi bond internazionali. L’Italia è un paese disastrato economicamente, ma non al punto da non pagare i suoi conti, anzi. L’Italia paga, nel senso di rimetterci economicamente, con le guerre Nato e non, con l’Europa, con le organizzazioni internazionali, con i partner come la Spagna. L’agenzia di stampa britannica, ben consigliata dai suoi contatti italiani, la descrive come un debitore incallito. Tra i possibili esempi di evoluzione negativa, viene scelta la storia di Olivetti e di Ivrea, esempio del crollo della struttura italiana delle tecnologie digitali. Molto spesso e volentieri, all’estero si finisce a parlare di Piemonte e non, ad esempio di Lombardia o Veneto. Non è un caso, serve ad omaggiare “lo stile di figure come Agnelli e Ferrari”. La Fiat, l’azienda italiana più sostenuta da liberali, fascisti, democristiani e comunisti, tanto falsa e cortese con il suo paese, ha sempre investito moltissimo in passato per avere buona stampa, soprattutto in terra anglosassone. Oggi per ovvie ragioni, l’ha ancora migliore. Per raccontare come non si deve comportare un campione nazionale, il report poteva parlare proprio di Fiat e non di Olivetti, la cu vicenda appartiene al giurassico della storia economica. Come descrivere l’UK guardando alle miniere ed alla Rover o la Svezia alla Saab. Il report descrive l’età dell’oro italiana, delimitandola con attenzione agli anni ’60 e ’70 e calibra il crollo, con altrettanta misura facendolo iniziare dall’inizio degli anni 2000. Un uso del bilancino che fa sorridere. C’è però sempre la buccia di banana: non si può fare a meno di dire che fino al 1994, tenore di vita e produzione italiani erano uguali a Francia e UK; o che a distruggere l’Olivetti fu De Benedetti tra ‘78 e ‘96. La fine ignominiosa è l’occasione, però, di ridicolizzare l’iPad Telecom, l’”Olipad”. Molti non ricorderanno infatti che la Telecom odierna è proprio l’Olivetti, con cambio di nome.
Diverse cose non tengono. L’inizio della crisi non c’entra con Ivrea e compagnia ma coincide con gli accordi europei, il Britannia e lo smantellamento delle partecipazioni statali tra cui l’informatica pubblica centralizzata che valeva economicamente tre Olivetti. All’indomani della sconfitta patita da Telecom Italia con Telefonica sulla partita del mercato brasiliano, dove la francese Vivendi ha preferito la partnership con l’incumbent spagnolo rispetto all’italiano, per strana coincidenza Reuters prende ad esempio proprio l’Ict per parlare di tracollo italiano. Oggi è alta la pressione internazionale su Telecom, perché venda Tim do Brasil, valutata 18 miliardi. Se è al centro di questa attenzione, un certo valore l’Italia tecnologica deve averlo. Si possono ben citare i punti deboli di pensioni, produttività, scuola, burocrazia, debito pubblico; si può tacere della megainflazione e del terrorismo del passato, oppure del clima giustizialista e della magistratura che dagli anni ’80 hanno danneggiato l’economia molto di più dei treni lenti. Si può ignorare il fatto che tutto l’Ict europeo è drammaticamente sotto pressione americana e che la debacle Nokia è molto più recente di quella Olivetti. Tutto si può, quando si persegue l’interesse del paese e degli azionisti di riferimento.
Il nostro interesse legittimo è di dire che Telefonica ha battuto Telecom con i soldi che le ha fatto avere l’Italia. Che il report Reuters è una turbativa di mercato ed un’aggressione internazionale dissimulata. Che il milieu a sostegno di questa casamatta estera è lo stesso che ha colpito al cuore de volte l’economia digitale italiana.

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