Sono diventati capitalisti la Federazione Russa e i Paesi dell’ex blocco sovietico; poi la Cina, l’India, il Vietnam, la Cambogia, Cuba (in parte). Resta fuori, se non sbaglio, solo la Corea del Nord. Dunque, il capitalismo si è affermato in tutto il mondo.

Fino a qui forse non ci sarebbe niente da eccepire: libero mercato vuol dire maggiore accesso a beni di ogni genere per tutti e, in particolare, accesso a quelli più economici. “Libero” mercato però, in Occidente significa, almeno in linea di principio, regolato e controllato: ad esempio ci sono regole e controlli per garantire la sicurezza dei prodotti. Purtroppo significa anche circolazione di beni che sono imitazioni del made in Italy: pare per una cifra di 60 miliardi di dollari, che vengono sottratti alle nostre aziende. Ed è un traffico che non si riesce a smontare. Inoltre c’è il problema non irrilevante che le produzioni a basso costo di manodopera (Cina ma non solo) portano via il lavoro ai Paesi dove il lavoro è più costoso (per esempio in Italia, dove il lavoro è più costoso non tanto in sé, ma per i balzelli che vi gravano sopra, il cosiddetto cuneo fiscale). Per ovviare a questo problema si risponde che i Paesi avanzati devono puntare sulla produzione di beni più sofisticati, sulla innovazione, sul design, sulla tecnologia, sulla automazione (che però di nuovo porta via posti di lavoro), sulla produttività. Quindi ci sono pro e contro nella libera circolazione delle merci; ma, sommando vantaggi e svantaggi, si può dire che sulla distanza sarebbe forse peggio (e comunque di incerti risultati) cercare di ostacolare e restringere questi scambi.
Insieme all’allargarsi delle frontiere doganali, negli ultimi trent’anni si è inserito un nuovo fattore che chiamiamo “finanziarizzazione dell’economia”. E’ un processo complesso, di matrice anglosassone e soprattutto americana, che ha portato a mettere al centro del sistema una visione puramente finanziaria dei processi economici. Al centro non c’è l’uomo, non c’è l’impresa, non ci sono più neppure il mercato ed il profitto. C’è il capital gain, il guadagno derivante dallo scambio di titoli finanziari, gestiti da istituzioni largamente manipolatrici del mercato. Questa involuzione non solo ci ha portato al crollo finanziario internazionale del 2007/2008, ma ha svuotato di fatto la nostra Costituzione economica, che è di stampo liberale, ma con un elevato livello di responsabilità sociale e con un ruolo di rilievo per il lavoro (art. 1 e 4). <Nella pratica, il nostro sistema finanziario, sotto pressione, si è sviluppato più di quello tedesco; nel senso del capitalismo finanziario selvaggio di matrice americana, dove ciò che conta è semplicemente il denaro. Da qui un conflitto profondo tra la Costituzione voluta dai padri fondatori e la Costituzione materiale attuale> (Marco Vitale).
La libera circolazione dei capitali viene osteggiata da un certo numero di Stati i quali cercano di mantenerli a casa propria, nella presunzione che vengano investiti e producano ricchezza localmente. Ma con poco successo. La massa di denaro che circola nel mondo, secondo di Giulio Tremonti (Bugie e verità, Mondadori), assomma a un triliardo di dollari. Ovvero un milione di miliardi, ovvero quindici volte il Pil mondiale, che è appunto oggi di 60/70 miliardi di dollari. Va detto che queste cifre sono approssimative: dipendono da valutazioni degli economisti, e possono oscillare anche in larga misura. Ma il punto è che, non ostante le restrizioni dei singoli Stati, il denaro che circola nel mondo, cioè fuori dai confini dei suddetti Stati, è una massa enorme. Per intanto ci sono le ricchezze che vengono tenute nei paradisi fiscali europei (Svizzera, Lussemburgo, Andorra, Monte carlo, San Marino, Lichtenstein, ma anche Olanda e Irlanda); oppure, che da questi paradisi domestici vengono gestite nei paradisi fiscali extra europei (cosiddetti offshore). Oppure direttamente nei Paesi offshore.
Tuttavia negli Usa oggi vige la regola dell’ex presidente del Fed Paul Volcker, per vietare alle banche, forti della garanzia statale sui depositi raccolti presso il pubblico, di investirli in attività ad alto rischio, di cui è ben nota la regola: se le perdite superano i profitti, esse graveranno sui contribuenti, mentre i profitti arricchiranno azionisti e manager. La strenua resistenza dei giganti bancari Usa sui minuti dettagli dei regolamenti attuativi, sembra sia stata superata dal grande vecchio Volcker, secondo il quale le grandi innovazioni finanziarie han fallito alla prova del mercato: l’unica innovazione utile degli ultimi 30 anni è stato il Bancomat. Le minacce delle banche, che non potranno più fare scommesse a senso unico, non hanno avuto successo. Non cambierà il mondo, ma in futuro i contribuenti Usa saranno più protetti.
Le istituzioni europee invece rendono tutto più complicato. La Francia ha mosso qualche timido passo verso la Volcker Rule, mente il Regno Unito sta per separare nettamente le tradizionali banche commerciali dalle più rischiose banche di investimento. Non molto, dunque. Per fortuna si va invece avanti sull’unione bancaria, pur se sono ancora nebulosi i dettagli, per le obiettive astrusità del tema e per il freno frapposto da alcuni, Germania in testa, ai progressi della Unione bancaria. Questa ha in sé le premesse par fare da acceleratore, oltre un certo punto irreversibile, alla vera integrazione, economica e politica. Di qui una comprensibile ma esasperante lentezza. Agli Usa son serviti ben quattro anni per placare gli spiriti animali delle banche; almeno, in Europa, si confrontano gli interessi non di biscazzieri privati, ma di Stati sovrani.
<Qualcosa dunque si muove a favore della regolazione finanziaria e dell’Unione bancaria europea. Ma andremo davvero avanti se i Paesi del Sud (che includono la Francia) non pretenderanno di scaricare le proprie spensieratezze su quelli del Nord, e questi usciranno da un arrocco insensato; stiamo mettendo a rischio cinquant’anni di sforzi postbellici. Restano sullo sfondo, intatte come montagne inarrivabili, le cause prime della crisi: le disuguaglianze intollerabili in Paesi abituati a un comune livello civile di vita, l’eccesso dei risparmi sugli investimenti, i grandi squilibri dei commerci mondiali. Scalarle sarà rischioso, ma assai meno della comoda inerzia, che comporta rischi non solo economici, ma anche politici: gravissimi> (Salvatore Bragantini).

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