Parla degli italiani di mezza età e della difficoltà del “mestiere di padre” questo film e lo fa superando gli stereotipi e introducendo un’ironia scoppiettante.

La commistione tra i “mestieri” se proprio non sta tornando di moda sicuramente fa bene al cinema. Un regista che è anche un attore (Edoardo Leo), uno sceneggiatore che è anche regista (Bruno Massimiliano), un amico in comune che è attore (Roul Bova), si mettono insieme, discutono, si confrontano sulla crisi della loro generazione (quella dei quarantenni), sui problemi attuali ed ecco “Buongiorno papà”
Parla degli italiani di mezza età e della difficoltà del “mestiere di padre” questo film e lo fa superando gli stereotipi e introducendo un’ironia scoppiettante. Delinea i personaggi evidenziandone pregi e difetti: dall’umanità di Paolo, l’amico disoccupato di Andrea, alla nostalgia di “libertà” di Enzo, nonno fricchettone e super tatuato, con la nostalgia del suo ex gruppo rock, fino all’eterno Peter Pan, single convinto, a lui basta l’avventura di una notte, narciso fino al punto di cancellare con il mascara i primi segni bianchi che scopre la mattina controllando allo specchio le sue basette.
E proprio a lui, a questo Andrea superficiale e antipatico all’inizio del film capita la peggiore doccia fredda che può capitare a chi si sente ancora un ventenne conquistatore: l’arrivo di una figlia adolescente accompagnata per sovrappiù da un nonno. Una figlia a lui che si guarda allo specchio e si piace, a lui che affida alle lampade la sua abbronzatura, a lui che insegue e conquista ragazzine dell’età di sua figlia.
E si indaga anche sul rapporto di reciproca crescita padre/figlia avvalorato anche dallo scambio dei ruoli. Cosa succede ad un Peter Pan che si ritrova all’improvviso padre di un’adolescente difficile come lo può essere una diciassettenne che ha appena perso la madre e che scopre di avere un padre che non ricorda l’avventura di una notte d’estate e non credo che Layla sia il frutto di quell’unica notte; le propone l’esame del DNA e cede solo davanti all’evidenza del risultato.
Il film parte con tutte le carte in regola per essere un dramma, quello della generazione di mezzo e , all’interno di questa la categoria di quei quarantenni che non vogliono crescere, che rifiutano di assumersi responsabilità e quindi rifiutano famiglia e paternità. Si tratta di temi attuali e Leo decide giustamente di affrontarli attraverso la commedia; mescolando l’ironia con la realtà spinge Andrea a riflettere sulla necessità della sua crescita, rendendolo simpaticamente umano, finalmente padre capace di confessare la sua paura di non saper fare questo mestiere. Disarmato e disarmante fino al punto di chiedere alla figlia di aiutarlo a capire e imparare.
Alla generazione dei quarantenni si affianca e si contrappone quella dei figli quella dei giovani che cercano solidi punti di appoggio che però non trovano.
Nota positiva i due ruoli di Lorenza e Layla. Sarà Lorenza a fare da tramite tra padre e figlia fino a portarli ad esprimersi con lo stesso linguaggio. Quando Andrea scoprirà la gioia e la bellezza di essere padre, il nuovo sentimento che nutre fa sì che nasca in lui la voglia di fermarsi ed assaporare una nuova sensazione: la voglia di stare accanto a chi può dare qualcosa di più e più profondo.
Layla che all’inizio disprezza il padre per il genere di vita superficiale che conduce, un po’ alla volta arriverà a dire “Io non so fare la figlia ma tu non sai fare il padre” “impariamo insieme” propone Andrea e da quel momento comincia il difficile cammino che porta alla maturità.
Con i toni di una commedia lieve si affrontano quindi problemi veri e gravi, si fotografa l’Italia di oggi, si ride ma con un fondo di quell’amarezza propria di chi sta perdendo la speranza.

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