Boldini è considerato uno dei maggiori interpreti della metropoli francese, negli anni della sua inarrestabile ascesa come capitale mondiale dell’arte, della cultura e della mondanità.
Fino a metà giugno terrà banco a Forlì una mostra che molti hanno riferito davvero bella, degna di essere visitata. E’ merito della Fondazione e dei Musei San Domenico della città romagnola che, con il loro impegno ad esplorare in modo originale la cultura figurativa tra Otto e Novecento, hanno deciso di occuparsi di un pittore tanto prolifico quanto discusso e certamente geniale come il ferrarese Giovanni Boldini (1842-1931). Essendo che fama e successo si accompagnano sovente a critiche anche improbabili, merita un cenno quella davvero feroce del futurista Ardengo Soffici, che nel 1909 ebbe a dire di lui: “non è né un creatore, né un poeta, si può persino dubitare che sia un pittore”. Non deve aver giovato al Boldini l’aver così intensamente ritratto e interpretato il bel mondo – uomini e donne delle upper classes, figure eleganti, distinte o anche eccentriche, disinibite ove non decisamente snob – e di aver riscosso (anche in senso banalmente materiale) una straordinaria fortuna. In molte di queste tele trova espressione un mix variamente condito di vitalismo, di virtuosismo, di ammirazione e di culto (più che di esaltazione) del suo tempo. Boldini è considerato uno dei maggiori interpreti della metropoli francese, negli anni della sua inarrestabile ascesa come capitale mondiale dell’arte, della cultura e della mondanità, ma il valore aggiunto della sessione espositiva forlivese sembra la testimonianza del carattere articolato – non univoco – della sua vasta produzione artistica, fatta non solo di dipinti ma anche di una straordinaria produzione grafica, tra disegni, acquerelli e incisioni. Le ricerche più recenti di Francesca Dini (curatrice della mostra insieme a Fernando Mazzocca) hanno permesso di arricchire il percorso con la presentazione di nuove opere, su entrambi i versanti, sia pittorico che grafico. E a proposito di quest’ultimo va segnalato che fu proprio il disegno l’occupazione quotidiana, indefessa, di Boldini: un’attività avente valore autonomo, che non sempre si traduceva in pittura e da cui emerge un artista più intimo, comunque dotato di un impulso creativo onnivoro (nel senso che disegnava di tutto, dai caffè al traffico dei cavalli e delle vetture per le strade, fino ai volti e ai corpi delle sue modelle) oltre che irrefrenabile. In più capita di scoprire che uno dei punti di forza della mostra dovrebbe essere la riconsiderazione della prima stagione di pittura, ovvero degli anni dal 1864 al 1870, trascorsi prevalentemente a Firenze a stretto contatto con i Macchiaioli. Di questa si segnalano piccoli e straordinari (per qualità) dipinti, soprattutto ritratti, ed è proposta altresì parte del ciclo di dipinti murali realizzati tra il 1866 e il 1868 nella Villa detta la “Falconiera” (vicino Pistoia), che raffigurano vasti paesaggi toscani e scene di vita agreste e che assicurano una visione più completa del Boldini macchiaiolo.
Degna di nota è infine la quantità di opere esposte (quasi 250), non tutte di Boldini ma anche di artisti coevi come Cecioni, Corcos, Degas, De Nittis, De Tivoli, Zandomeneghi, a creare contesto e a suggerire raffronti, per una visita che si prefigura felicemente ‘impegnativa’.



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