Il dramma delle buone intenzioni nel tentativo di Napolitano di superare ‘questo’ bipolarismo.

In questo quadro, l’Italia costituisce certamente un caso a sé. E perché il suo bipolarismo è un dato recente, creato a freddo da come elemento di contestazione ideologica della prima repubblica e delle sue pratiche. E, soprattutto, perché la sua matrice personalistica, dato, questo, assolutamente unico, nasce sin dall’inizio da una scelta strategica del vero fondatore del bipolarismo italiano: Silvio Berlusconi.
Il Nostro sarà, nel corso del tempo, tutto e il contrario di tutto, sino a ricoprire il ruolo di operaio e di partigiano. Ma rimane costantemente, anzi diventa sempre più, nel corso del tempo, “innocente perseguitato”. Innocente perché pregiudizialmente mondato da qualsiasi colpa dal consenso popolare, perseguitato perché difensore della libertà degli italiani contro i suoi multiformi nemici, giudici, comunisti, fisco, poteri forti, grandi corporazioni, Europa.
Posizione contestabile da qualsiasi punto di vista (sostenere che il consenso ci collochi al di sopra della legge è roba, almeno in Europa, assolutamente eversiva), ma di un’efficacia politica straordinaria. Perché è intorno all’immagine che Berlusconi ha proiettato di sé stesso che si è consolidato, nel corso del tempo un “immaginario collettivo” assai compatto e consistente, un’area culturale e sociale cui, al limite non importa poi tanto che Berlusconi sia innocente mentre invece importa moltissimo che sia perseguitato; e da parte di quello Stato e di quelle istituzioni che, sino ad allora inascoltata, aveva sempre considerate nemiche.
Questo per dire che l’immagine dell’innocente perseguitato mantiene, anzi accentua nel corso del tempo il suo carattere assolutamente fondante.
E lo stesso vale, evidentemente, per l’immagine di Berlusconi come “delinquente seriale” (espressione usata qui nel suo significato proprio di violatore sistematico di codici e di regole). Anche questa contestabile da vari punti di vista, ma anche questa assolutamente fondante e per un’area culturale e sociale – dagli “uomini delle istituzioni” alla borghesia sensibile ai ceti interessati in positivo al ruolo dello Stato – che avrebbe trovato, nel corso del tempo, l’avversità a Berlusconi e al berlusconismo come base per il suo comune sentire.
È dunque da queste due mezze verità che nasce e si sviluppa in modo autonomo il bipolarismo italiano. In un giuoco a somma zero destinato a concludersi, prima o poi, con la sconfitta totale dell’uno o dell’altro.
Un contrasto che si può deplorare quanto si vuole, ma non sino al punto di considerarlo fonte di tutti i mali del Paese o, peggio ancora, di accantonarlo come pura sovrastruttura propagandistica.
Un’osservazione, sia detto con la massima chiarezza, che vale, in primo luogo, per il nostro Presidente della Repubblica.
Egli ha ereditato dal suo partito d’origine una pregevole, ma a volte eccessiva vocazione pedagogica. E in questo quadro ha prima suggerito, poi imposto e poi difeso come unica scelta possibile, le ‘larghe intese’.
Un’operazione, appunto, pedagogica in cui si chiede ai due schieramenti: di riconoscere di non essere in grado, né l’uno né l’altro, di reggere le sorti del Paese, di accettare il fatto che, per uscire dalla crisi, c’è una sola strada su cui è necessaria la convergenza di tutti e, infine e soprattutto, di accantonare le ragioni fondanti del loro contrasto.
Ottime le intenzioni. Totalmente illusorio il disegno. Illusorio pensare che la coabitazione forzata di oggi faciliti gli armoniosi contrasti futuri. O che (come è ampiamente illustrato dalla vicenda Imu) la collaborazione di governo porti ad un comune sentire sui problemi. Mentre è totalmente assurdo pretendere che vengano accantonate le ragioni di fondo su cui sono nati i due schieramenti di fondo del berlusconismo e dell’antiberlusconismo, e proprio quando lo scontro si sta avvicinando alla sua inevitabile conclusione.
Berlusconi ed Epifani questo l’hanno capito benissimo. Berlusconi sa, meglio di chiunque altro che, se accettasse la sentenza, vedrebbe crollare il mito fondante della persecuzione politica su cui ha costruito, pezzo dopo pezzo, il comune sentire del suo popolo. Ed Epifani, garante di ultima istanza delle ragioni del suo schieramento, sa altrettanto bene che accettare una forzatura drammatica delle regole (tipo grazia o ricorso alla Consulta), lo vedrebbe crollare.
Una situazione che non tollera mediazioni. E in cui l’unica risorsa è il rinvio. La pratica meno pedagogica che ci sia.

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