
Una riflessione che mi accompagna da tempo riguarda il modo in cui nasce e si diffonde l’odio collettivo.
Spesso si immagina che l’odio politico sia un fenomeno ideologico, una semplice questione di propaganda o di linguaggio. In realtà la storia suggerisce qualcosa di più inquietante. L’odio può essere costruito attraverso slogan, miti, narrazioni e risentimenti, ma prima o poi ha bisogno di trovare un oggetto reale sul quale scaricarsi. Nessuna mobilitazione fondata sull’ostilità può vivere a lungo nel mondo delle astrazioni. Deve trovare volti, corpi, persone.
I pogrom dell’Impero russo e, successivamente, il lungo processo culturale che preparò il terreno alla Shoah mostrano bene questo meccanismo. In società relativamente omogenee dal punto di vista etnico, linguistico e culturale, gli ebrei rappresentavano una minoranza facilmente identificabile. Erano sufficientemente integrati da essere presenti ovunque e sufficientemente distinti da poter essere descritti come estranei. La propaganda non dovette creare il bersaglio; dovette semplicemente trasformare una differenza in una colpa.
Oggi la situazione è molto diversa. Le società occidentali sono frammentate, multiculturali e attraversate da identità molteplici. In gran parte dell’Europa gli ebrei costituiscono una presenza numericamente esigua e spesso quasi invisibile nella vita quotidiana della maggioranza delle persone. Proprio per questo l’antisemitismo contemporaneo presenta una caratteristica differente.
L’antisemitismo funziona come una sorta di antica grammatica politica capace di rendere nuovamente operativi schemi mentali che sembravano superati: il sospetto verso il potere occulto, la ricerca del gruppo che manipolerebbe gli eventi, la convinzione che dietro la complessità della storia si nasconda una volontà nascosta e maligna.
In questo senso gli ebrei diventano talvolta più una figura simbolica. Rappresentano principslmente il codice culturale attraverso cui l’ostilità viene resa legittima, organizzata e mobilitata.
È un fenomeno che gli storici hanno osservato più volte. L’antisemitismo raramente rimane confinato agli ebrei. Spesso precede l’emergere di forme più ampie di aggressività sociale.
È come se riattivasse una vecchia infrastruttura mentale: una volta accettata l’idea che esista un gruppo responsabile dei mali della società, il meccanismo del capro espiatorio torna a funzionare.
A quel punto emerge un paradosso. Gli esseri umani non convivono con le astrazioni.
Convivono con vicini di casa, colleghi, compagni di scuola, minoranze visibili, gruppi presenti sul territorio.
Per questo l’odio teorico tende quasi sempre a riversarsi sul diverso più vicino. Non necessariamente e non unicamente sul nemico evocato dalla propaganda, ma su quello concretamente disponibile.
Da questo punto di vista l’antisemitismo contemporaneo appare spesso come una fase preliminare. Riattiva categorie mentali, linguaggi e riflessi collettivi che successivamente possono essere rivolti contro altri gruppi.
Gli episodi di tensione identitaria che riaffiorano periodicamente in Europa, compresa Belfast in questi giorni, ricordano proprio questo: prima nasce il linguaggio dell’ostilità, poi qualcuno finirà inevitabilmente per incarnarlo.
Esiste inoltre una conseguenza politica che merita attenzione. Negli ultimi anni una parte della sinistra occidentale ha costruito la propria identità attorno a un insieme di soggetti considerati vulnerabili o marginalizzati: immigrati, minoranze etniche e religiose, comunità LGBT+, gruppi post-coloniali e altre categorie percepite come vittime di discriminazione. Tuttavia, la scelta delle Sinistre di incorporare movimenti e linguaggi caratterizzati da una forte ostilità verso Israele ha finito per normalizzare forme di antisemitismo che in passato sarebbero state immediatamente riconosciute come tali.
Il punto, però, non riguarda soltanto gli ebrei. Se l’antisemitismo è davvero una grammatica dell’esclusione, una tecnologia culturale per la costruzione del nemico, allora nessuno può controllarne a lungo gli effetti.
La storia insegna che una volta riabilitata la logica del capro espiatorio, essa tende ad allargarsi, a mutare bersaglio e a cercare nuovi destinatari.
Chi pensa di utilizzare temporaneamente quel linguaggio per colpire un avversario politico o simbolico rischia di scoprire che lo stesso meccanismo può essere rivolto, domani, contro altri gruppi e perfino contro coloro che oggi si considerano al riparo.
Per questo l’antisemitismo non è soltanto un problema degli ebrei. È spesso il primo sintomo di una patologia più ampia. Non indica semplicemente chi viene odiato oggi. Rivela il modo in cui una società impara a odiare domani.
David Pacifici

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