Rallenta il Pil negli Stati Uniti e le banche centrali deludono i mercati. Ormai è evidente che la politica monetaria espansiva, da sola non è in grado di far ripartire le economie. La banca centrale di Tokyo lascia tutto invariato, il governatore della Fed non tocca i tassi e probabilmente non lo farà nemmeno a giugno, non solo per il rallentamento della crescita del Pil nel primo trimestre dell’anno negli Stati Uniti, ma per il referendum sull’Unione Europea in Inghilterra e per le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti. L’inflazione rimane ancora molto lontana dall’auspicato 2 – 2,5% in America, ma soprattutto in Europa. I tedeschi, con il loro surplus commerciale, rappresentano il vero problema per il nostro Continente e non smettono mai di dare lezioni. Il loro onnipotente ministro delle finanze scomunica Draghi che secondo lui si è spinto oltre il consentito e lo invita a cambiare rotta. Anche per loro si avvicinano le elezioni politiche e quindi dimenticano il favore che il governatore della BCE gli ha fatto nel 2012 calmando con le sue dichiarazioni i mercati in tempesta e stabilizzando l’unione monetaria. Draghi ha consentito a Berlino di usufruire di un euro molto vantaggioso e ha evitato ai tedeschi di dover accettare politiche finanziarie più europee e solidali. Ora, finita la fase acuta della crisi e salvato il loro vantaggio competitivo, si possono alzare i tassi di interesse e chi se ne frega dell’Europa del sud. Il loro imperativo è rispettare le regole e continuare con la politica del rigore, anche se le economie in Europa stentano a ripartire, perché il problema di fondo è l’insufficienza delle domande interne a cui ora si aggiunge il rallentamento della domanda globale. Le politiche monetarie delle banche centrali hanno dato tutto quel che potevano per non far collassare il sistema. La cura dei tassi, a zero o addirittura negativi, non riporta alla crescita sia in America che in Europa. I tassi di interesse reali, cioè adeguati all’inflazione, sono stati addirittura negativi, ma gli investimenti non sono arrivati. Le grandi aziende, multinazionali e nazionali, hanno oggi una capacità produttiva in eccesso rispetto alla domanda e quindi non sono interessate ad aumentare l’offerta, solo perché i tassi di interesse sono vantaggiosi. Il credito però continua a non essere disponibile per le piccole e medie aziende che sono quelle che di solito creano più posti di lavoro. La politica tedesca dell’austerità sta mantenendo inadeguate le domande e questo rende rischioso fare del credito da parte delle banche. L’economista americano Stiglitz, premio Nobel per l’economia, osserva che i tassi bassi di interesse incoraggiano solo le grandi imprese ad investire in tecnologie, quelle che eliminano posti di lavoro, come i robot collaborativi e sostitutivi. I tassi negativi danneggiano i fondi pensione e lasciano crescere solo la ricchezza degli investitori finanziari, facendo aumentare, anno dopo anno, le disuguaglianze. L’economia finanziaria ormai è 14 volte l’economia reale. In questo quadro, pensare che la politica monetaria da sola possa guarire un malato così grave, è sbagliato. Ora bisogna aumentare gli investimenti e la domanda di beni e servizi. I tedeschi però da questo orecchio non vogliono sentire, loro non lo fanno e impediscono anche a noi di farlo. Preferiscono mantenere il loro surplus commerciale di 8 punti di Pil pensando che questa situazione possa durare per sempre a spese dei Paesi più deboli del sud Europa e della stessa Francia. Oggi godono un tasso di cambio dell’euro sul dollaro assolutamente non adeguato rispetto al loro avanzo commerciale. Se loro avessero ancora la loro moneta, il marco, il tasso di cambio di quest’ultimo sarebbe almeno a 1,40 sul dollaro e il loro vantaggio competitivo, che loro attribuiscono solo alla loro bravura e a una sorta di superiorità della razza ariana, andrebbe a farsi benedire. Noi, al contrario, con il nostro euro mediterraneo, saremmo in un rapporto di parità con il dollaro e forse anche leggermente al di sotto. Per questo quando si chiede maggiore solidarietà non è un regalo, ma l’istituzione di un normale meccanismo che, nell’ambito di una unione economica e monetaria, è necessario per evitare squilibri insostenibili e immorali. Questa è la regola fondamentale, l’unica che può mantenere in piedi la moneta unica e la stessa Unione Europea. I tedeschi però fanno finta di non capire, mentre noi per anni abbiamo sopportato il super euro che ha sfiorato anche quota 1,60 sul dollaro. Dimenticano a Berlino che la banca centrale europea, controllata completamente da loro, aumentò i tassi di interesse per ben due volte, mentre gli Stati Uniti li diminuivano. Questa scellerata politica è costata molti punti di Pil e qualche milione di posti di lavoro. La vera anomalia nell’Unione Europea, sono loro con il l loro enorme surplus commerciale e noi, che siamo la seconda economia manifatturiera, quelli che abbiamo pagato il prezzo maggiore, cercando di abbassare il deficit, alzando tasse e tagliando investimenti. La politica monetaria ha ora esaurito le sue cartucce ed è tempo di rivedere i trattati a partire dal pareggio di bilancio e dal Fiscal Compact. Ogni giorno che passa si registra un ulteriore irrigidimento tedesco e il governatore della Bundesbank, Weidmann, in visita a Roma il 26 aprile, ha addirittura rimproverato la Commissione Europea di essere troppo accomodante sul nostro debito pubblico che va abbattuto con politiche fiscali adeguate. Ha proposto la creazione di un organismo di controllo per far rispettare i trattati. Non contento, ha anche sottolineato che l’eccessivo possesso di titoli pubblici da parte delle banche italiane va risolto chiedendo a queste ultime di aumentare il capitale a garanzia dei Titoli di debito sovrano. Insomma, il solco che ci divide da Berlino, è sempre più profondo tanto che perfino Romano Prodi nell’articolo di fondo del Messaggero di ieri ha ricordato, all’aspirante governatore della Banca Centrale Europea, che il rischio dei Titoli di Stato per le nostre banche è di gran lunga inferiore rispetto alle montagne di miliardi di Titoli derivati in corpo alle banche tedesche, a partire dalla potente Deutch Bank. Sempre secondo Prodi, i continui attacchi al nostro Paese non possono che far pensare ad una possibile definitiva rottura, vista la contemporanea decisione tedesca di chiedere ulteriori 6 mesi di sospensione del trattato di Schengen. A questo punto il nostro governo deve chiedere la sospensione del Fiscal Compact senza aspettare la flessibilità che Berlino vorrà concederci. La politica tedesca ha prodotto sin qui un disastro economico, sociale e politico con la crescita di tutti i debiti pubblici e dei movimenti politici anti-europei, xenofobi e nazionalisti. Non si possono più sopportare lezioni da questi spocchiosi maestri che fanno ancora finta di non capire e di essere ottusi.”
Basta lezioni dai finti ottusi di Berlino
I tedeschi, con il loro surplus commerciale, rappresentano il vero problema per il nostro Continente e non smettono mai di dare lezioni.

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