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Basta con le ipocrisie. E’ vero. La riforma dell’art. 18 introduce la libertà di licenziare. E’ quello che serve al sistema per funzionare. Va protetto il lavoratore, non il posto di lavoro.

di Giancarlo Magni | 26 Marzo 2012

Il lavoratore non è una merce ma, in un’economia di mercato, ad essere una merce è il lavoro. La battaglia per la modifica dell’art. 18,  prima ancora che sul piano economico, deve essere combattuta e vinta su quello culturale. Per troppo tempo in Italia, sotto la spinta di ideologie largamente dominanti, prima quella fascista poi  quelle cattolica e comunista, si sono messe in pratica politiche economiche e sociali contrarie ai principi liberali.   Il Paese, per decenni, ha vissuto una sorta di dicotomia che ha visto un’economia liberale governata con principi illiberali. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: sistema economico bloccato, aumento della spesa pubblica,  welfare finanziato dal deficit, esplosione del debito pubblico, onnipresenza dello Stato. E’ tempo di unificare il momento politico a quello economico altrimenti il sistema va in stallo. Bisogna cambiare  rendendo l’economia più flessibile,  permettendogli così di funzionare secondo le regole che gli sono proprie. Naturalmente a questo va abbinata la protezione del lavoratore che va attuata però, come ha sottolineato recentemente anche Mario Draghi, proteggendo la persona che perde il posto e non il posto fisico di lavoro. In tutte le società moderne il lavoro è un valore perché è attraverso esso che l’uomo può vivere, realizzarsi, progredire. Nella società italiana poi il lavoro è addirittura “un diritto” costituzionalmente protetto. Ma questo non significa tenere in piedi posti di lavoro inefficienti e improduttivi. La Costituzione, sempre all’art. 4, afferma che la Repubblica deve promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto. In pratica bisogna riuscire a garantire lavoro al maggior numero possibile di persone, meglio se a tutti. Ci sono due modi per raggiungere lo scopo: creare posti di lavoro quasi ope legis, ed è la soluzione di marca statalista e socialista, oppure permettere al sistema del libero mercato di funzionare al meglio, ed è la soluzione liberale. Nel primo caso accanto ad aziende che producono ricchezza ne avremo altre che la distruggono, nel secondo avremo maggiore efficienza ma con inevitabili costi sociali in termini di disoccupazione. La somma algebrica della seconda soluzione sarà comunque sempre migliore. Se poi impariamo a tutelare la “persona”, cioè il lavoratore e non il posto di lavoro, riduciamo al minimo anche i costi sociali del corretto funzionamento del sistema ottenendo un risultato ancora migliore. Quello che non possiamo più fare è quello che abbiamo fatto fino ad oggi in Italia: immettere su un’economia di tipo liberale elementi tipici di un’economia socialista, come appunto la garanzia del posto di lavoro. Per queste ragioni la battaglia sull’art. 18 è importante e va combattuta anche sul piano culturale cominciando a dire le cose come stanno. Basta con l’ipocrisia. Quando chi difende ad oltranza l’attuale formulazione dell’art. 18 dice che si punta ad introdurre nel sistema la libertà di licenziamento, dice la verità. Rendere possibile il licenziamento per motivi economici senza possibilità di reintegro da parte dal giudice è, in pratica, la possibilità del datore di lavoro di licenziare quando i conti non tornano. E non è una bestemmia. E’ quello che richiede il sistema per funzionare. Alla politica il compito di mettere a punto i correttivi sociali, trovare cioè le forme di tutela più efficaci per chi perde il posto di lavoro. Non si può chiedere all’economia di essere giusta perché non può esserlo, fra l’altro non è il suo compito. L’economia deve produrre ricchezza. E’ la società che deve essere la più giusta possibile. L’identificazione uomo-lavoro è un portato dell’ideologia marxista, “si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto quello che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza… Producendo questi gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale”. Per Marx l’essere dell’uomo è determinato dalla maniera in cui egli si procura i mezzi di sostentamento. L’influsso di queste idee, sconfitte dalla storia ma ancora ben presenti nella nostra società, è alla base dell’equiparazione uomo-lavoro e quindi della sacralizzazione del lavoro che invece, nell’economia di mercato, non può che essere una merce. Il lavoro, non l’uomo che lavora.

Pubblicato in : Editoriale

Info Giancarlo Magni

Giancarlo Magni, giornalista professionista, ha seguito per anni, a Roma, la vita politico-parlamentare. Ha lavorato nella carta stampata, nelle radio e nelle TV. Ha collaborato con la Nuova Eri e con il RadioCorriere. In Rai, e’ stato prima alla redazione del TGR della Liguria e poi al TGR della Toscana, dove ha ricoperto la carica di Vice Capo Redattore. Attualmente è VicePresidente del Comitato Regionale per le Comunicazioni della Regione Toscana. Fa parte del Comitato Direttivo della Fondazione “F. Turati”, una Onlus che opera in Toscana, Lazio e Puglia e che gestisce Centri di Riabilitazione, Rsa, Centri per disabili e strutture per persone in stato vegetativo permanente e per malati di Alzheimer.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Sergio

    29 Marzo 2012 alle 09:28

    Finalmente qualcuno che “non ha dato il cervello all’ammasso” !
    In USA, tutt’oggi se a uno non piace il suo lavoro, si licenzia ed in una ora ne trova un altro. Lo stessa per la ditta: se un lavoratore è pigro o non piace come fa il suo lavoro, viene licenziato e la ditta in mezz’ora trova un altro lavoratore che la soddisfa.
    Questo esige che il lavoro “esista” e renda.
    La costituzione italiana dice che l’Italia è una repubblica basata sul lavoro, che il lavoro è un diritto, che lo stato deve rendere questo lavoro “effettivo”, cioè che produca i suoi effetti: deve esistere e deve rendere a tutte le parti.
    In Italia il lavoro non esiste e non rende.
    La politica che dovrebbe fare quello che i cittadini, che li hanno votati, vogliono, non è stata capace di creare e favorire il lavoro, ne di farlo rendere.
    Ha ceduto a sindacati che hanno chiesto ed ottenuto quello che “non esisteva” e loro hanno portato le tasse a livelli da record mentre i sindacati sono diventati potenze che discutono con lo stato, cercando di mantenere privilegi ottenuti con l’ignoranza e la prepotenza.

    Sergio

    Rispondi

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