Ho ascoltato Emma Marcegaglia mentre, applauditissima da un’assemblea dei soci della sua associazione affermava con grande enfasi che i cittadini tedeschi sarebbero stufi di fare sacrifici, andando tra l’altro in pensione a 68 anni, per aiutare gli italiani che, invece, in pensione andrebbero 10 anni prima.
In momenti così difficili e turbolenti si possono tollerare e perdonare anche molte disinvolture. Si può comprendere anche che per tenere compatta un’armata che fino ad oggi ha spesso scambiato i propri interessi con quelli del Paese, si possa cedere alla tentazione di spararle grosse, ma certamente tutto questo ha poco a che vedere con l’intento di lanciare un manifesto per salvare l’Italia.
Se è vero che la Confindustria, meglio tardi che mai, si è convinta che Berlusconi stia portando l’Italia alla rovina, i dirigenti dell’associazione dovrebbero capire anche che non si sconfigge un venditore di frottole inseguendolo sul proprio terreno.
Cerchiamo almeno per un attimo di seguire la Marcegaglia e cerchiamo di ragionare.
Dove sta scritto e, soprattutto, chi è in grado di dimostrare che esista un differenziale di dieci anni tra l’età pensionabile dei tedeschi rispetto agli italiani?
Se gli uffici studi non servono soltanto per organizzare qualche conferenza stampa, perché l’ufficio studi di Confindustria dotato di esperti molto qualificati non ci fornisce dati che sarebbero davvero utili? Qual è l’età vera per maturare il diritto alla pensione in Germania? Cosa succede a un cittadino tedesco che perde il lavoro?
Esistono in Germania o in Francia cittadini che rischiano di trovarsi senza lavoro per 5/10 anni, come succede in Italia, senza poter godere di una pensione o di qualsiasi altro reddito?
Rispondere a queste domande significherebbe dimostrare un minimo di consapevolezza del fatto che l’Italia non si può salvare ignorando i problemi degli italiani e che chiunque voglia contribuire a rilanciare questo Paese deve dimostrarsi, in ogni momento, capace di guardare al futuro del Paese, tenendo conto dell’insieme dei problemi oggi dinanzi a noi.
Personalmente ritengo che la linea vincente sia quella emersa nella giornata dedicata a Bologna sulla crisi del welfare: pensionamento flessibile, in armonia con un mercato del lavoro, più che flessibile, precario; dosi massicce di metà lavoro/metà pensione e di metà studio/metà lavoro.
Senza scelte che spalanchino le porte del lavoro ai giovani e permettano un rinnovamento anche funzionale, del modo di lavorare, con un uso più razionale delle nuove tecnologie, per almeno la metà dei giovani di questo Paese non ci sarà nessun futuro accettabile.
Tornando alle proposte di Bologna, mi sia permesso ricordare anche la proposta di abolizione dei privilegi previdenziali (dei politici e non solo), nel contesto di un’ampia riforma della previdenza. Guardo con rammarico il comportamento di tanti operatori dell’informazione, che sembrano interessarsi ai privilegi solo se riguardano i politici.
Allo scopo di evitare equivoci e possibili malevole interpretazioni, desidero ricordare che, già oltre 15 anni fa, sostenevo l’abolizione delle pensioni dei deputati e senatori e che ho partecipato attivamente alla raccolta firme per abolire quelle dei consiglieri regionali. Non sono, quindi, sospettabile di essere tenero nei confronti dei politici; proprio per questo sono meravigliato della poca attenzione riservata ai trattamenti pensionistici di cui godono tanti giornalisti, general manager pubblici e privati, etc.
La nostra proposta è molto semplice: prendere tutte le pensioni che superano un determinato limite di reddito lordo mensile e senza alcun intento scandalistico ricostruiamo la storia contributiva di quelle pensioni.
I dati esistono nelle banche dati di chi eroga le pensioni. Sono dati che, ad onta di tutte le leggi esistenti non sono affatto a disposizione dei cittadini che lo richiedano. Siamo tuttavia certi che, qualora fossero i grandi giornali a richiederli, in poche ore potrebbero averli a disposizione e pubblicarli, iniziando da quelli dell’Inpgi, dove non è escluso che, negli anni i trattamenti non eclatanti riservati ai giornalisti “normali” siano serviti a coprire anche trattamenti, di sicuro riservati a pochi, che hanno ben poco di normale.
Silvano Miniati

In primo luogo, le modifiche al sistema complessivo degli ultimi anni hanno inteso creare un equilibrio di spesa rispetto al PIL, essenzialmente perchè è questo il parametro di cui si tiene conto in ambito UE. Ciò significa che è la mancata crescita del PIl nel paese che ha richiesto l’adozione di misure sempre più “restrittive” in materia pensionistica. Diversamente da quanto risulta se si considera in sè e per sè il parametro relativo al rapporto contributi/prestazioni. In tal senso, l’equilibrio di sistema è infatti già garantito e cifrato oggi in media pari all’1,2% circa. Esiste quindi innanzitutto un problema reale di crescita produttiva e occupazionale.
In secondo luogo, occorrerebbe poi una revisione del patto intergenerazionale tra “vecchi” e “nuovi” lavoratori. In tal senso, sarebbero auspicabili manovre come, solo per fare un esempio, l’introduzione del sistema contributivo “pro rata” .
In breve, le riforme necessarie in ambito pensionistico sono state già fatte e sono efficaci di per sè, tuttavia si dovrebbe e potrebbe viceversa pensare ad un maggiore riequilibrio della spesa tra le diverse generazioni di lavoratori, vecchi e giovani, anche introducendo elementi di maggiore flessibilità “in uscita”…