Mi è stata raccontata una storia vera, per riferire la quale userò nomi di fantasia: Pietro si reca un giorno presso la filiale dell’istituto di credito dove ha il conto corrente l’azienda per la quale lavora. E’ stato incaricato dal datore di lavoro di informarsi per ottenere un prestito. E così ne parla con un funzionario. Questi, con vari giri di parole, gli risponde che l’azienda è, si, molto patrimonializzata, ma ha un’attività limitata, movimenta poco e quindi, nel caso, la richiesta di credito non potrebbe essere esaudita. Quel giorno stesso Pietro incontra Mario per strada: entrambi scoprono che i rispettivi datori di lavoro hanno il conto corrente presso la stessa banca e la stessa filiale. Mario racconta a Pietro di essersi recato in banca quel giorno stesso, a chiedere l’apertura di un fido per l’azienda del proprio datore di lavoro. Il funzionario interpellato gli ha risposto, senza tanti giri di parole, che la sua azienda ha, si, un bel quantitativo di operazioni tra pagamenti e incassi, ma ha – d’altro canto – un profilo patrimoniale troppo esiguo: insomma, non ha beni intestati di una certa consistenza. Questo rende problematica la concessione del fido, come richiesto. Capita la lezione?
Si fa un bel dire che le nostre banche sono state prudenti, sono state assennate, hanno operato bene: se si prende a riferimento ciò che è accaduto oltreoceano con i mutui subprime – allorché le banche erogato mutui a cani e porci, senza una analisi benché minima del merito di credito degli interessati, al punto che qualcuno si è ‘trovato’ sul groppone una rata pari a 4 mila (!) dollari mensili quando ne guadaganava appena mille – tutto diventa virtù.
Eppure, mi ostino a pensare che tra il fare banca in modo allegro e irresponsabile (come appunto è accaduto, in particolare, negli Usa) ed essere banche in modo neghittoso, stitico, come si fa alle nostre latitudini, ci deve essere la giusta via di mezzo.
Individuare la sana via di mezzo è tutt’altro che difficile, almeno in teoria: basta rifarsi al concetto di impresa e di imprenditore. L’imprenditore è colui che organizza beni e persone al fine di esercitare un’attività economica e trarne profitto. Nella giusta e intoccabile ricerca del profitto, l’imprenditore è portato ad assumere una serie di iniziative, della cui validità e rischio porta la responsabilità. E parliamo di rischio, non di azzardo. Ma le banche nostrane non conoscono la parola ‘rischio’, non almeno con i comuni mortali (mentre magari si spingono in operazioni spericolate se hanno a che fare con operazioni ‘vip’). E così le nostre imprese, soprattutto le piccole, debbono rassegnarsi: se non hanno tutti i requisiti in ordine, niente credito! Ma io (mi, vi) domando: se un’azienda ha un buon patrimonio e una notevole attività, per quale ragione dovrebbe rivolgersi ad una banca? O dobbiamo andar dietro all’antico adagio… le banche fanno credito… a chi dimostra di non averne bisogno?
Ecco, ho trovato piena di piaggeria e davvero inopportuna la ripetuta lode dei nostri politici alle banche italiane. Così la grave crisi finanziaria che attanaglia il mondo da quasi due anni ha avuto e avrà un ulteriore effetto, collaterale ma non secondario: rafforzare la loro sordità, la loro volontà di restare una perfetta ‘foresta pietrificata’ (credo l’espressione sia di Giuliano Amato), in mezzo ad un mondo che cambia velocemente e che non ha più – finalmente (possiamo dirlo?) – timori reverenziali. Anche questo ‘ritardo’ è un ingrediente della nostra decadenza. Amen.
Paolo Marini

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