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Alternativa al suicidio

di Davide Giacalone | 9 Aprile 2012

Pd e Pdl hanno un’ultima cartuccia a loro disposizione.

I due partiti più grossi, il Pdl e il Pd, si stanno avviando verso il suicidio elettorale. Quello politico è già alle spalle. Il suicidio romantico è un’aspirazione all’eternità, che si traduce nella rinuncia alla contemporaneità. Quello di protesta è il gesto estremo di chi si oppone, salvo accettare la sconfitta. Il suicidio cui assistiamo non appartiene a queste categorie, essendo frutto dell’inedia e della confusione mentale. I partiti appoggiano il governo che li ha commissariati per la sola ragione che non saprebbero cos’altro fare. In tutto l’occidente democratico, Grecia compresa, sono gli unici in queste condizioni.

Le prossime elezioni amministrative saranno una sconfitta generale. I due interpreti del preteso bipolarismo non raggiungo, sommati l’uno all’altro, la metà dei voti annunciati, posto che la gran parte degli elettori manifestano un orientamento di rifiuto, anche solo di recarsi alle urne. Il centro destra perderà amministrazioni che oggi detiene, mentre il centro sinistra ne conquisterà alcune dopo avere già sconfitto il partito più grosso, il Pd. Le vicende che hanno coinvolto la Lega, con un Umberto Bossi oramai scagliolizzato (denuncerà chi ha usato soldi del partito per sistemargli la casa!), arrivano a fagiolo per indurre la convinzione che l’insieme del mondo politico merita d’essere spedito a quel paese. Diverso dal nostro. Il coma celebrale collettivo arriva al punto che si lascia il solo Gianfranco Polillo a dire una cosa di sconcertante ovvietà: gli “esodati” devono essere sanati con una norma transitoria. Dovremmo dargli il premio La Palice (gran enunciatore di cose scontate), mentre a quelli che tacciono o s’esercitano solo nel dire che “un accordo è necessario”, può affibbiarsi l’insegna del nobile ordine della viltà. Non metterebbe conto neanche scriverne, se non fosse che una diversa sorte è possibile. Una strada alternativa esiste. E’ chiaro che i partiti attuali incarnano il fallimento della (istituzionalmente) mai nata seconda Repubblica, se solo avessero un pizzico di testa e un avanzo di midollo potrebbero fare lo sforzo di guardare al futuro. Il delirante aumento della pressione fiscale, che non è un rimedio da tecnici, ma una pezza da disperati, produrrà recessione e rabbia sociale. Ci si ricordi che gli evasori fiscali non protestano contro il fisco, preferendo gabbarlo, mentre le misure adottate bastonano, con intollerabile arroganza, i cittadini per bene. Al tempo stesso le riforme del mercato del lavoro, così come sono state impostate, non creeranno nuovi posti, ma maggiori possibilità di ricorsi giudiziari, peggiorando la situazione. Eppure colpiscono bandiere che la sinistra sventola con orgoglio, sebbene prive di significato concreto.

Invece di cincischiare impotenti innanzi a tale terapia, i grossi partiti potrebbero approfittare dell’essersi già persi, sicché di non avere molto da perdere, per chiedere ai commissari di fare subito quel che serve: avviare le procedure per la creazione di un veicolo societario che consenta l’alienazione di beni pubblici, abbattendo il debito pubblico, riconsegnando fette di dirigismo statalista al mercato e avviando la diminuzione della pressione fiscale. E nel mentre i commissari procedono in tal senso, smettendolo di far finta di credere che siano le loro riforme ad avere fatto scendere gli spread, o di dire che è risolta la crisi dell’eurozona (la marchesa cui tutto va bene era italica e divenne continentale), i partiti prendano per sé il compito che compete loro: ristrutturare le istituzioni, stabilendo fin da ora che, chiunque vinca (perda meno, per essere precisi) le future elezioni politiche la prossima legislatura riscriverà la Costituzione. Precisandone l’indirizzo: la nascita di governi forti e stabili, con la fine del bicameralismo affollato e dilatorio. E sottoscrivano una postilla: il prossimo inquilino del Colle sarà eletto dalla maggioranza parlamentare, ma avrà il compito d’essere garante di quel processo e di considerare chiusa la propria esperienza con il varo della nuova Costituzione. Non so se ciò li salverebbe, perché il grado di discredito è alto. Ma, almeno, imposterebbe un nuovo inizio.

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marco Bernini

    12 Aprile 2012 alle 19:30

    Non c’è nulla da aggiungere; è tutto desolantemente vero !

    Rispondi

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