
Negli ultimi mesi, nelle frasi di chi guida le nostre Forze armate e la politica della Difesa, è riapparsa la parola guerra come una parola normale, un evento possibile e quasi ordinario.
Non è solo un problema lessicale ma è un cambio di cultura politica che chiama in causa direttamente la nostra Costituzione.
Da un lato c’è l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, oggi presidente del Comitato militare della NATO, che in un’intervista ha evocato la possibilità di un “attacco preventivo ibrido” contro la Russia, definendolo un atto difensivo. Dall’altro c’è il generale Carmine Masiello, Capo di Stato maggiore dell’Esercito, che ha dichiarato senza giri di parole che “L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto. Dovete averlo chiaro. Sto valutando di cambiare nome al corso di stato maggiore e chiamarlo scuola di guerra”.
A completare il quadro c’è il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ragiona pubblicamente sulla reintroduzione della leva obbligatoria e sostiene politicamente questo cambio di passo.
Non si tratta più di affermazioni isolate: è una linea che porta la firma dell’intero Ministero della Difesa del governo Meloni.
Vale la pena chiedersi: fino a che punto tutto questo è compatibile con la nostra Costituzione?
La nostra Carta, lo sappiamo, è molto chiara: Articolo 11: l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; Articolo 52: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”; Articoli 78 e 87: solo il Parlamento delibera lo stato di guerra, e il Presidente della Repubblica lo dichiara.
C’è un equilibrio preciso: le Forze armate servono alla difesa; la guerra non può essere usata come strumento di politica estera.
Quando l’ammiraglio Cavo Dragone arriva a sostenere che un “attacco preventivo” è in realtà un atto di difesa, il confine oltrepassato. Una cosa è la legittima difesa di fronte a un’aggressione in corso o a una minaccia imminente e documentabile; ben altra cosa è: colpire per primi in nome di una minaccia solo ipotizzata.
Questa è una guerra di aggressione presentata come difesa. È esattamente ciò che l’articolo 11 intendeva escludere: l’uso della guerra per regolare rapporti di forza e controversie internazionali.
La frase del generale Masiello – “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra, punto” – presa isolatamente, potrebbe ancora essere letta dentro l’articolo 52.
Ma il punto è il contesto politico in cui viene pronunciata dove si parla di “scuola di guerra” invece che di formazione alla difesa, alla gestione delle crisi, al diritto internazionale; si reintroduce nel discorso pubblico l’idea di una guerra “probabile”, quasi naturale, da mettere in conto; si pensa esplicitamente alla prospettiva di un conflitto ad alta intensità sul suolo europeo.
Qui è lo spirito della Costituzione che viene messo da parte: la Repubblica del 1948 non è nata per avere un esercito “votato alla guerra”, ma per costruire un ordinamento stabile di pace, in cui la forza armata è estrema ratio e sempre sottoposta al controllo democratico.
Infine, il ruolo del Ministero della Difesa e del ministro Crosetto
Il ministro Guido Crosetto, in quanto capo politico del Ministero della Difesa, non è un osservatore neutrale ma è il responsabile diretto dell’indirizzo strategico delle Forze armate. Quando sostiene l’idea di reintrodurre la leva obbligatoria e appoggia un clima culturale centrato sulla guerra “inevitabile”, non sta semplicemente “prendendo atto della realtà” ma sta orientando il Paese.
La leva, di per sé, non è anticostituzionale: l’articolo 52 l’ha prevista, e oggi è solo sospesa per legge ordinaria. Però reintrodurla dentro un discorso politico che parla di “attacco preventivo”, “scuola di guerra” e minacce in arrivo dall’Est entro pochi anni, significa ragionare secondo una logica esplicitamente militarizzata, in cui la preparazione alla guerra diventa il centro della stessa identità nazionale.
Si inserisce in questo clima anche la polemica contro il rettore dell’Università di Bologna, colpito dagli attacchi di Giorgia Meloni per aver rifiutato un corso di filosofia riservato ai giovani ufficiali.
In questi anni di guerra in Ucraina, di tensioni crescenti con la Russia e di riarmo diffuso, una linea militarista e bellicista , in forme diverse, passa dalle parole dell’ammiraglio Cavo Dragone, del generale Masiello e del ministro Crosetto.
Purtroppo tutto questo presenta forti analogie con le situazioni più nere che il nostro Paese ha già vissuto nel secolo scorso e che furono portatrici di sciagure e di lutti.
Ma la nostra Costituzione è nata per dire un’altra cosa: la difesa è un dovere, ma la guerra non è un destino.
Per questo parlare di “attacco preventivo” come atto difensivo, trasformare i corsi in “scuole di guerra”, rilanciare la leva obbligatoria, significa spostarsi su un terreno che non è solo politicamente pericoloso e discutibile ma che svuota dall’interno il significato profondo dell’articolo 11.
Difendere oggi la Costituzione vuol dire ricordare al Ministero della Difesa, ai vertici militari e a tutto il governo che le parole contano e che il ripudio della guerra è uno dei principi a fondamento della nostra Repubblica.
Enrico Rossi

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