Ha ragione il costituzionalista Onida quando dice che la Moratti ignora l’alfabeto democratico. Dopo la sentenza dei giudici che riassegnano le case popolari ai Rom del Triboniano il sindaco ha attaccato: “Noi siamo eletti dai cittadini e ai cittadini rispondiamo. Purtroppo i giudici non sono eletti, non rispondono ai cittadini e a volte queste posizioni possono creare a noi amministratori una difficoltà nell’amministrare nel rispetto di quelle che sono le richieste che ci vengono fatte dai cittadini”. Una posizione che nasconde una concezione plebiscitaria dell’agire pubblico. Il sindaco, infatti, in qualità di amministratore è al servizio della città tutta. Non della maggioranza che l’ha votata e neppure dei partiti che la sostengono. È un’istituzione che deve agire nel rispetto di tutti, dei cittadini in primo luogo e delle altre istituzioni. Ricevere un mandato dal risultato elettorale non significa avere le mani libere ma coordinare i vari livelli di rappresentanza nel bene della città. Milano non è proprietà della Moratti e della sua maggioranza e il sindaco non è al suo posto per difendere degli interessi particolari, tantomeno per fini elettorali. Deve tutelare gli interessi di tutti, anche e soprattutto di quei cittadini che non l’hanno votata. Anche di quelle minoranze che non sono rappresentate ma il cui destino è legato al grado di civiltà che una città moderna e democratica, una volta esempio di inclusione sociale, dovrebbe essere in grado di esprimere. Cercare una ipotetica e anonima investitura popolare per contrastare le decisioni di un organo dello Stato non solo cancella ogni buona prassi democratica ma persino ogni buon senso. Fatto ancor più grave è che questa demagogia dimostra, ancor di più, la debolezza politica di un sindaco che è ormai sotto ricatto della Lega. Milano merita un po’ più di serietà.
Spiritolibero.mi.it

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