Mi sembra utile dichiarare subito che questo appunto viene scritto da un socialista di spirito liberale, che crede nei valori politici della società e della cultura europea (libertà, democrazia, rispetto per gli altri….) e se ne augura la progressiva diffusione: proprio da questo punto di vista leggo i “Materiali”, ne condivido molte affermazioni, ma non mi riconosco in altre. Credo sia molto “europea”, da parte mia, l’esigenza di un’analisi rigorosa e approfondita dei dati di fatto, preliminare al “prendere posizione”: mi scuserete, quindi, se vi sottoporrò una serie un po’ arida di precisazioni, distinguo, accettazioni parziali. Dalla somma di tante piccole differenze, mi sembra che emerga alla fine un quadro generale un po’ diverso.
Confronto di culture
Partirei dalla bella analisi, molto condivisibile, sulle “radici dell’odio” che Magni mutua e sviluppa da Glucksmann (Pto 5. Le radici dell’odio:un’interpretazione). Mi sembra importante l’inciso che ricorda come, nel passato, l’“odio per la Condizione Umana” con le sue manifestazioni più vistose fosse presente e prevalente anche entro la nostra civiltà. Non abbiamo ragioni di attribuirci, da questo punto di vista, primati innati: il demonio che agita gli altri, noi lo abbiamo ricacciato nei sotterranei da poche decine di anni, e ancora talvolta rialza la testa. La distanza nell’evoluzione delle culture non è intrinseca alla loro essenza, è differenza di progresso nel tempo (e, nella storia, la posizione relativa non è stata sempre a favore degli europei). Perciò, sarei più cauto nel rifiutare il “relativismo culturale”, o piuttosto, si tratta di intendersi meglio sul concetto. Credo che ogni civiltà (sistema di valori e atmosfera culturale) abbia caratteri propri, che è privo di senso porre in gara con altri, in una paradossale competizione di valore, in cui ciascuno manterrebbe la propria opinione.
Possiamo invece constatare che, oggi, la cultura europea è molto più avanzata nel processo di secolarizzazione e chiederci, concretamente e laicamente, come far accelerare l’evoluzione in questo senso delle società islamiche (ovvio poi concordare col Manifesto di Euston nel rifiutare la paradossale affermazione sull’inapplicabilità dei diritti umani in talune culture). Si dovrà approfondire, per esempio, se “la presa di coscienza dell’oppressione fondamentalista contro le donne e i giovani” necessiti veramente di tradursi in un progetto culturale che sia la misura di tutti i giudizi sul mondo islamico (Pto 4. Il volo degli aquiloni), tanto militante da “definire un’identità che si mantiene nel tempo, che non è quella determinata storicamente dalla tradizione, ma quella che si istituisce nella decisione di perseguire il progetto”. Non sarà invece sufficiente restare sé stessi, cioè laici, liberali, europei e contrapporre nei fatti, senza predicazioni né crociate, il nostro modello di vita sorridente e liberato alle tristi ideologie fondamentaliste?
(Questa posizione meno militante non esclude “il diritto di intervento internazionale contro quei governi che torturano e opprimono i loro concittadini”. Ma, come recita correttamente il Manifesto, la sovranità per deciderlo deve risiedere “properly within the common life of all peoples”, non nella sala ovale della Casa Bianca).
Del resto, non mi pare che “l’auspicio alla pacifica convivenza fra culture e religioni diverse” equivalga necessariamente al credere che esse debbano restare “immutate e uguali a sé stesse” (Pto 1. Iniziativa per la libertà). Né mi pare che ciò significhi non voler vedere l’influenza dei fattori non economici nelle società del terzo mondo, riducendone i problemi alla “povertà e non altro”, che verrebbe fatta derivare dagli “errori dell’occidente, pronto a cogliere le opportunità economiche che si presentano in ogni parte del mondo, ma privo del rispetto nell’uso delle risorse locali”.
Mi preoccupa infine che tutto questo venga letto come sintomo di un “disprezzo politico verso i principi liberali”: saranno tesi discutibili, forse erronee, ma il disprezzo antiliberale è altra cosa, direi.
L’autore (Castrovilli) esprime poi la sua preferenza per l’“integrazione” come modello di rapporti fra due culture che entrano in contatto, e credo che molti di noi ne convengano. Ma intendiamoci: sul lungo termine e nel rispetto reciproco. Paradossalmente, è proprio il testo di Castrovilli che ci segnala i pericoli possibili: viene citata infatti come esempio positivo, la storia delle migrazioni in America, che è certamente stata una meravigliosa storia di fusione delle culture diverse degli immigrati nel melting pot. Però, non credo che un amerindio la considererebbe una esperienza soddisfacente di integrazione.
Le tesi di Berman e il concetto di “fascismo islamico” (Pti 1,2,3 e 4).
In primo luogo, credo che “fascismo islamico” sia un’espressione poco precisa, anche se basata su alcuni elementi di fatto, e proporrei di evitarne l’uso, nell’interesse di una argomentazione senza preconcetti. Agli occhi dello storico, innanzitutto, il concetto di fascismo “non è dilatabile fuori d’Europa e fuori dal periodo tra le due guerre mondiali” . E, del resto, il Manifesto chiama più correttamente “semi fascist” il regime baathista. Possiamo ricordare semmai che alcuni nazionalisti, arabi e non, della prima metà del novecento, impegnati nella lotta anticolonialista, finirono per cercare in misura più o meno diretta l’appoggio dell’Asse (Rachid Ali al-Gaylani in Irak, ma anche Chandra Bose in India o Sukarno in Indonesia) . Ma cosa dimostra tutto ciò in relazione alla situazione attuale e al fondamentalismo islamico? Nulla, direi.
Mi sembra invece corretto affermare che i fondamentalisti hanno fatto propri metodi e strumenti politici sviluppati per la prima volta dai movimenti totalitari del novecento, piegandoli però alle esigenze di una ideologia radicalmente diversa. Ma concluderei osservando che il tentativo di squalificare gli integralisti islamici assimilandoli ai fascisti o al totalitarismo comunista è prima di tutto inutile: a squalificare i movimenti fondamentalisti, bastano largamente le loro caratteristiche reali. Il “vero dramma dei paesi islamici”, del resto, non mi pare essere “la saldatura fra l’islam politico fondamentalista e le culture totalitarie del XX^ secolo”, ma piuttosto l’incapacità di quei sistemi politici nel superare “le sofferenze, le privazioni nel campo economico e sociale nelle quali sono costrette a vivere intere popolazioni”.
Guerra asimmetrica e terrorismo (principalmente pto 6)
Le parole di D’Alema mi sembrano filologicamente corrette, ma noi chiamiamola pure “guerra”, non mi oppongo: si tratta certamente di un conflitto armato, e il vero problema è come vincerlo, non come chiamarlo. Allora sposterei la discussione su ciò che risulta più utile a questo scopo, sempre badando ai fatti e non alle nostre emozioni.
Una corrente di pensiero entro il mondo islamico si sforza di “comprimere le società all’interno per rivolgere la propria aggressività contro supposti nemici esterni. Emblematico è il ruolo proposto dagli integralisti islamici per le donne e i giovani, le cui energie sono canalizzate al culto della morte e all’odio verso i diversi da sé dipinti come i propri nemici. La crescita della libertà delle donne e dei giovani di questi paesi è condizione decisiva per rendere perdente il disegno aggressivo (pto 1)”.
Per ora i fondamentalisti sono una forza potente, ma non sono ancora giunti al potere negli stati e mi pare decisivo impedire che ciò avvenga, agendo in tre direzioni:
– rafforzare i regimi laici nei paesi mussulmani
– disinnescare le armi della propaganda fondamentalista
– favorire la diffusione di stili di vita “europei” fra i popoli
Mi sembra chiaro che una riduzione del conflitto palestinese sarebbe essenziale per il secondo obiettivo e quindi, indirettamente, anche per il primo. Allora, proprio per “ragioni fattuali”, come dice A. Mangano, è anche vero che ”creando le condizioni per una convivenza nel cuore delle tre grandi religioni monoteistiche si darebbe un colpo durissimo alla teoria della crociata dell’Islam contro l’occidente”, ”il processo di pace in Palestina è la chiave di tutto”, ”non c’è alcun dubbio che l’unico fronte su cui un passo in avanti potrebbe ripercuotersi in tutto lo scenario è quello del conflitto israelo-palestinese”. Il problema, infatti, non è tanto l’esistenza di Hamas come organizzazione terroristica, quanto il fatto che i palestinesi (e i popoli arabi/mussulmani in generale) siano così disperati da votare democraticamente per Hamas ! (o forze simili: Hezbollah, Ahmadinejad, …..)
Tutto questo non esclude la necessità di “porsi realisticamente il problema di gestire il conflitto” e di attuare anche una “difesa anche militare da attacchi militari” per scopi “di protezione, di posizionamento”. Ma impone di prendere iniziative UTILI a vincere il conflitto (cioè, a farlo finire nei fatti, visto che non potrà esserci un “trattato di pace” con movimenti che non sono Stato). Perciò la posizione di Fini è incoerente: non mi pare proprio che le politiche da lui attuate ci abbiano in alcun modo avvicinato alla vittoria, anzi!
Da questo punto di vista, anche l’attuale politica israeliana appare difficilmente comprensibile in termini logici: posto che il paese è circondato da 60 milioni di arabi, e posto che nessuno può neanche per un attimo ipotizzarne l’allontanamento, dall’esterno sembra chiara la necessità, per Israele, di giungere ad un modus vivendi amichevole con i propri vicini, semplicemente per l’impossibilità di vincere per sempre la guerra. Paradossalmente, possiamo dire che ogni vittoria militare è una sconfitta per Israele, in quanto alimenta sempre più la spirale di odio e allontana la pace, che deve realizzarsi negli animi per potersi realizzare nella diplomazia.
(Sia chiaro che queste mie considerazioni muovono dalla fredda logica dei fatti e prescindono completamente da un giudizio sui torti e sulle ragioni degli uni e degli altri, campo nel quale concedo invece che molto si potrebbe dire contro di esse).
L’altro grande “campo di battaglia”, a mio parere, sta nel confronto e nell’esportazione di cultura liberale e stile di vita “europeo”. Mi pare che i Radicali negli anni scorsi dicessero cose interessanti sulla necessità di un “bombardamento mediatico” che esponga i popoli islamici alla conoscenza del nostro mondo, anche nei suoi aspetti più banali. Per intenderci, la visione televisiva di un centro commerciale mi pare altrettanto e forse più necessaria, a questo scopo, di una volgarizzazione di Popper. Ovviamente poi occorre fare in modo che gli spettatori abbiano una ragionevole possibilità di potere entrare a comprare, nel centro commerciale (ecco che ritorna il tema della povertà….).
Però, in questo “campo di battaglia” laico, se lo vogliamo chiamare così, bisogna decidere spietatamente chi sono gli alleati e chi i nemici. Mi spiace, ma i teocon, i Pera, le Fallaci e tutti i profeti della crociata occidentale, stanno “dall’altra parte”, inconsapevolmente schierati dallo stesso lato di Ahmedinejad e del GIA.
Alcuni dubbi e puntualizzazioni
* “La minaccia che proviene dalle correnti islamiche totalitarie è forte”: ne siamo sicuri? Forse bisogna precisare meglio: se si intende che oggi esiste la possibilità in Occidente di morire accidentalmente in un attentato, è vero, ma statisticamente molto improbabile – se si intende l’ipotesi che i fondamentalisti ci impongano “il califfato mondiale”, mi sembra irrealistica. E allora? A cosa serve agitare questi fantasmi, suscitare allarmi non basati sui fatti?
* “L’idea del califfato”mi sembra imprecisa per descrivere le credenze dei fondamentalisti sunniti, le cui teorie sono molto influenzate dal movimento wahabita, e assolutamente estranea, anzi agli antipodi delle credenze del fondamentalismo sciita. Tra l’altro, l’idea del “califfato” viene smentita nel testo stesso, ove si cita il “primato del religioso sul politico” fra i capisaldi del pensiero integralista.
* “antiamericanismo e antiebraismo”. Esistono e bisogna essere fermi nel condannarli. Ma augurarsi un mondo più libero perché multipolare e non unipolare, opporsi all’unilateralismo, non è “antiamericanismo”, è amore per la libertà. Chirac è “antiamericano”? L’antiebraismo è la forma più odiosa di razzismo, ma constatare gli errori della politica dello stato israeliano deve essere lecito, senza autocensure. Credo, ad esempio, che tutti abbiamo il dovere di dire che le “vittime collaterali” degli “assassinii mirati” sono vite innocenti stroncate senza alcuna giustificazione. Inoltre, deve essere possibile sostenere, ad esempio, l’abbandono incondizionato di tutte le colonie dalla West Bank senza sentirsi a disagio. E’ una tesi discutibile, che personalmente non condivido, ma non ha nulla di eticamente censurabile.
* i terroristi, “armi di distruzione di massa” dei fondamentalisti. Per fortuna, non è vero: finora in un sol caso (Algeria 1992 -2000) il terrorismo ha distrutto “masse”. Per un liberale, ogni singola vita umana è un valore assoluto e la sua distruzione è una tragedia incommensurabile. Ma se dobbiamo indulgere ad una triste “contabilità delle morti”, dobbiamo dirci che le vere tragedie degli ultimi vent’anni sono state le guerre africane che abbiamo lasciato consumarsi nell’indifferenza del mondo. Perché i tremila morti delle Torri Gemelle debbono pesare sulla nostra coscienza più degli ottocentomila morti del conflitto del conflitto ruandese, dei duecentomila algerini, della Liberia o della Sierra Leone? Non possiamo accettarlo, in coscienza. (Spero che nessuno pensi che ciò significa sottovalutare la tragedia delle Torri Gemelle….).
Concludendo
Anche gli interessanti interventi circa “La menzogna in politica” e “La questione socialista” meriterebbero di essere commentati, ma ho già ecceduto in lunghezza. Concludo invece rassicurando Castrovilli: nella “sinistra politica” di cui mi sento di far parte, molti danno esattamente le sue stesse risposte a quasi tutte le domande che ci pone concitatamente nel suo primo intervento. Soltanto, riteniamo che un approccio ragionevole, equilibrato, poco militante, sia più efficace “perché l’aggressione dell’Islam politico integralista venga sconfitta ed al contrario crescano ovunque gli spazi di libertà e di democrazia”, che è ciò che vogliamo tutti.
Paolo Zinna

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