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Accordo Usa-Iran: il prezzo della pace

Sotto lo sguardo di leader europei compiacenti e tra gli stucchi dorati del Palazzo di Versailles, Donald Trump ha firmato l’accordo con l’Iran che dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, mettere fine al conflitto nel Golfo. L’intesa porta anche la firma del presidente iraniano Massoud Pezeshkian, apposta da Teheran in forma elettronica. Prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano come richiesto dall’Iran, la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz e impegna le parti a negoziare un accordo definitivo entro 60 giorni.

di Alessia De Luca | 19 Giugno 2026

Sotto lo sguardo di leader europei compiacenti e tra gli stucchi dorati del Palazzo di Versailles, Donald Trump ha firmato l’accordo con l’Iran che dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, mettere fine al conflitto nel Golfo. L’intesa porta anche la firma del presidente iraniano Massoud Pezeshkian, apposta da Teheran in forma elettronica. Prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano come richiesto dall’Iran, la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz e impegna le parti a negoziare un accordo definitivo entro 60 giorni. Ciononostante, i termini sono lontani da quelli che Washington sperava di conseguire: il regime che Trump si era prefissato di rovesciare è ancora al potere; i nodi del programma nucleare, dell’arsenale missilistico dei Pasdaran e del sostegno iraniano ai gruppi armati regionali restano irrisolti. Certo, dopo bombardamenti, morti e la paralisi di una delle rotte commerciali più cruciali al mondo, Stati Uniti e Iran tornano al tavolo delle trattative. Ma l’impressione è che l’intesa penda a favore della Repubblica Islamica e che a Washington non resti altro che pagare il prezzo della pace.

Cosa prevede l’intesa?

I 14 punti del memorandum – analizzati uno ad uno dal Wall Street Journal – fissano un quadro preliminare in vista di un accordo finale da negoziare entro 60 giorni. Una scadenza che, ha già chiarito Trump, “non è tassativa”. Sul fronte militare: cessazione delle ostilità, rimozione del blocco navale americano e riapertura dello Stretto di Hormuz a titolo gratuito, ma soltanto per 60 giorni: dopodiché sarà l’Iran a negoziare con l’Oman “la futura amministrazione e i servizi marittimi”. Sul nucleare: Teheran ribadisce che “non si procurerà né svilupperà armi” atomiche e si impegna a diluire “in loco” l’uranio arricchito “sotto supervisione dell’Aiea”, ma non è obbligata a smantellare le infrastrutture esistenti. Sul piano economico, Washington si impegna da subito a consentire le esportazioni petrolifere iraniane e a sbloccare progressivamente i fondi congelati all’estero; acconsente inoltre alla creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari, cofinanziato con capitali privati internazionali, per la ricostruzione del Paese. Washington lo presenta come un’opportunità di mercato condizionata a un cambiamento di comportamento del regime. Teheran la chiama riparazione di guerra. Il confronto con il JCPOA del 2015 è impietoso: quell’accordo imponeva limiti precisi con scadenze verificabili e aveva portato l’Iran a ridurre del 98% le scorte di uranio arricchito. Nell’intesa attuale non ci sono soglie, né calendari certi per smaltimento o controlli. 

Un accordo controverso?

Era chiaro da giorni che l’amministrazione Usa fosse restia a rendere pubblico il testo dell’intesa. Solo mercoledì, durante una conferenza stampa telefonica, un alto funzionario ne ha elencato i contenuti mentre il sito della Casa Bianca non ne ha ancora pubblicato una copia. Il motivo è chiaro: molti repubblicani non l’hanno presa bene. “Reagan si starà rivoltando nella tomba” ha scritto su X il senatore uscente Bill Cassidy, repubblicano della Louisiana, sconfitto alle primarie il mese scorso, definendo la guerra contro l’Iran “il peggior errore di politica estera commesso dagli Usa negli ultimi decenni”. Eppure, lo stesso partito aveva buone ragioni per chiudere il conflitto prima delle elezioni di midterm: i prezzi dell’energia restano il termometro politico più sensibile per i repubblicani in emorragia di consensi. Trump ha risposto agli oppositori interni definendoli “stupidi e gelosi” e ha ammesso che continuare la guerra avrebbe rischiato di esaurire le riserve petrolifere globali “in poche settimane”: un’ammissione che sembra convalidare la strategia iraniana basata sulla convinzione che il blocco di Hormuz avrebbe reso il conflitto insostenibile per Washington. In una conferenza stampa a margine del G7, il presidente americano è sembrato persino farsi eco delle argomentazioni di Teheran, arrivando ad affermare che “se l’Arabia Saudita possiede missili balistici, anche l’Iran ha ragione a pretenderli” e che in certi casi “bisogna usare il buon senso”.  

Chi paga il conto?

Il punto non è che Trump abbia avuto torto nel firmare un accordo che di fatto ferma i combattimenti: ogni giorno di guerra in meno salva vite su entrambi i fronti, e una ripresa della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz avrà ricadute concrete sui mercati dell’energia. Ma pagando un prezzo così alto per uscire dal conflitto, osserva Stephen Collinson, “Washington ha dimostrato all’Iran, e non solo, che la sua risolutezza militare può essere minata da una guerra economica condotta con sufficiente determinazione”. Inoltre, l’accordo, stipulato in tutta fretta, sembra cedere quasi tutta la leva negoziale degli Stati Uniti garantendo all’Iran miliardi di dollari di entrate attraverso la rinuncia alle sanzioni. Il danno, dunque, va al di là del presidente: “Trump ha commesso un terribile errore iniziando questa guerra. L’ha condotta in modo sconsiderato e in aperta violazione della legge” scrive il New York Times in un durissimo editoriale. “Gli Stati Uniti ne escono indeboliti, militarmente, diplomaticamente ed economicamente, e ne pagheranno il prezzo strategico per gli anni a venire”. 

Il commento 

Di Valeria Talbot, Head, ISPI MENA Centre 

“Dopo oltre cento giorni di conflitto, l’accordo tra Stati Uniti e Iran rappresenta senza dubbio una svolta importante, ma difficilmente può essere considerato il fondamento di una pace duratura nella regione. L’intesa appare soprattutto come un compromesso dettato dalla necessità di riaprire le rotte energetiche e commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz e di contenere i costi economici e geopolitici di una crisi prolungata. Questioni cruciali, dal programma nucleare iraniano allo sviluppo dei missili balistici, sono state rinviate a futuri negoziati e continuano a rappresentare potenziali fattori di instabilità e di tensioni nell’area”. 

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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