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Il peso del barile: perché la crisi energetica scuote le Midterm

A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, mai come ora nella storia recente degli Stati Uniti la crescente insofferenza degli elettori verso le conseguenze della politica estera dell’amministrazione può tramutarsi in debaclé ai seggi. Il capitale politico di Trump, già discendente negli ultimi mesi secondo gli indici di popolarità, rischia di schiantarsi al voto per via di un militarismo esasperato.

di Istituto Ispi · 2 Novembre 2026

di Alberto Prina Cerai*

A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, mai come ora nella storia recente degli Stati Uniti la crescente insofferenza degli elettori verso le conseguenze della politica estera dell’amministrazione può tramutarsi in debaclé ai seggi.  

Il capitale politico di Trump, già discendente negli ultimi mesi secondo gli indici di popolarità, rischia di schiantarsi al voto per via di un militarismo esasperato. La realtà sembra presentare il conto: nemmeno “l’abbondanza energetica” degli USA ha potuto schermare il Presidente dalle conseguenze delle sue scelte in politica estera. E se la minaccia iraniana non era sicuramente al centro delle preoccupazioni dell’elettorato repubblicano alla vigilia delle presidenziali del 2024, ora difficilmente può rimanervi indifferente a mano a mano che i prezzi del Brent si impennano e impattano, tra inflazione e caro energia, l’American way of life, e in quella che potrebbe tramutarsi nell’ennesima “forever war” agli occhi degli americani.  

Ma prima di capire come e quanto, è utile fare un breve recap sulla situazione del mercato petrolifero alla vigilia delle elezioni.  

Cosa (non) è cambiato dal Golfo e oltre?  

Il conflitto con l’Iran non sembra aver raggiunto un punto di svolta, con una dinamica che, lungi dal vedere spiragli di risoluzione, volge invece a favore dei Democratici.  

Le ostilità in Medio Oriente (a cui si aggiungono di recente gli attacchi alle raffinerie russe da parte dell’Ucraina) hanno spinto il prezzo del Brent nuovamente oltre i $120 dollari al barile, superando l’intervallo di 75-100 dollari registrato dalla fine di maggio. Seppur gli Stati Uniti riescano a scontare un prezzo inferiore rispetto ad altre regioni – anche tenendo conto dell’aumento massivo dei costi logistici – l’impatto fuori dal continente americano si riverbera comunque sottoforma di inflazione.  

Inoltre, i rischi per una persistente volatilità dei prezzi del petrolio nei prossimi mesi – a prescindere dall’esito del voto – sono anche confermati dalle ultime mosse e dichiarazioni dello stesso Trump, il quale non ha escluso una ripresa degli attacchi verso l’Iran dopo le Midterm. Probabilmente consapevole che il livello di destabilizzazione della regione e dei mercati energetici fosse ormai tale da non rendere credibile una descalation capitalizzabile in termini elettorali. Il dado è dunque tratto? 

La “salute” del mercato petrolifero globale rimane compromessa, con tensioni sul fronte dell’offerta, della logistica, delle scorte e della raffinazione. Le esportazioni di greggio dal Golfo Persico sono diminuite per la quarta settimana consecutiva, attestandosi a 14,3 milioni di barili al giorno. I flussi attraverso lo Stretto di Hormuz rimangono intorno al 60% dei livelli normali, in un contesto di persistente insicurezza della navigazione e di ricorso a navi che operano con i transponder spenti. Strutturalmente, dal momento che le infrastrutture di esportazione sono compromesse e la spare capacity dichiarata dall’OPEC non può essere erogata, la capacità in eccesso effettivamente utilizzabile continua a rimanere fuori dai giochi.  

Anche i derivati petroliferi sono sottoposti a forte pressione, impedendo qualsiasi margine di sicurezza per gli utenti finali. Le scorte globali di distillati si attestano al 4,9% al di sotto della media stagionale quinquennale, spingendo i crack spread del diesel a un livello di 103,8 USD/bbl. Negli Stati Uniti, la produzione di greggio è diminuita a causa delle interruzioni causate dagli uragani, mentre le scorte commerciali di distillati e benzina si sono ridotte parallelamente alla ripresa dei prelievi dalla Strategic Petroleum Reserve (SPR), che rimangono limitati dai vincoli di estrazione upstream.  

Sul fronte della domanda, gli acquisti di greggio da parte della Cina hanno invece subito un’accelerazione, superando i 9,5 mb/d. Le raffinerie nazionali hanno cercato di soddisfare la domanda stagionale del quarto trimestre e di ricostituire le scorte di prodotti sul territorio nazionale, che avevano raggiunto livelli criticamente bassi. Questo aumento dell’assorbimento cinese compensa gli incrementi dei flussi regionali dal Medio Oriente verso altri mercati, aggravando ulteriormente la tensione sul mercato e spingendo al rialzo i differenziali a breve termine del Brent. Il “cuscinetto” cinese che aveva risparmiato il mercato, tra ricorso alle scorte strategiche e domanda ridotta, ora non fa più il gioco trumpiano.  

La pallida sensazione, dunque, di un ritorno alla normalità è stata spazzata. Secondo le stime di Goldman Sachs, i nuovi attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita hanno fatto impennare nuovamente il geopolitical risk premium (circa 27$/bbl) che i mercati prezzano per la situazione di incertezza. Ma vi sono due aspetti che saranno ancor più decisivi nel determinare la situazione dei prezzi del Brent e soprattutto del gasolio negli Stati Uniti.  

Le scorte strategiche, dopo gli ultimi rilasci da parte dei paesi G7, come detto, non possono più avere l’effetto calmierante dell’inizio delle ostilità. Le riserve americane (SPR) sono ai minimi dal 1982. Il rilascio delle scorte strategiche dei paesi alleati può offrire un sollievo temporaneo, ma la sua efficacia si riduce se le interruzioni dell’offerta persistono. Il problema rischia così di essere rinviato alla successiva ricostituzione delle riserve: qualora avvenisse prima della normalizzazione del mercato, gli acquisti pubblici aggiungerebbero domanda a un sistema ancora sotto pressione, sostenendo i prezzi e aumentando il costo del ripristino delle scorte. Una curva in backwardation renderebbe inoltre meno conveniente acquistare per consegna immediata rispetto a consegne più lontane, complicando il compromesso tra sicurezza degli approvvigionamenti e contenimento della spesa.  

Dall’altra, ora la criticità sull’offerta è evidentemente la carenza di capacità di raffinazione per assorbire eventuali nuovi flussi. Siamo arrivati a ragionarci anche in UE.  

L’accordo sul gasolio stipulato da Trump con la Russia è stato probabilmente un tentativo goffo, da parte del Presidente, di spostare l’attenzione e scaricare la colpa del caro gasolio sull’Ucraina in avvicinamento alle Midterm. È corretto dire che gli attacchi ucraini abbiano contribuito a restringere ulteriormente il mercato, con circa il 45% delle raffinerie russe fuori servizio o a capacità estremamente limitata. Non è credibile, invece, addossare le colpe sull’escalation tra Mosca e Kiev. Così, con carenze domestiche, il ban di Mosca all’export di diesel russo di luglio assume ancor più rilevanza: normalmente (prima dell’Operazione Speciale del febbraio 2022) la Russia esportava circa 1,3-1,4 mb/d di prodotti diesel, gran parte dei quali era destinata all’Europa. Non un esportatore secondario. Diventa così molto probabile che il divieto venga esteso al 2027. Un accordo, quindi, strumentale, senza mordente, figlio di una situazione di cui solo Trump può ritenersi politicamente responsabile. Ma a quale prezzo? Il rapporto con Putin è ripreso, sì, ma ha reso il distanziamento con Zelenski ancor più netto.   

Alcune stime riportate di JP Morgan prevedono che se i prezzi dovessero mantenersi stabilmente al di sopra dei 4 dollari al gallone circa per il 2027, ciò potrebbe vanificare gran parte dei benefici fiscali per le famiglie previsti dal piano One Big Beautiful Bill Act (OBBBA) dell’amministrazione, il cui valore era stato stimato tra i 150 e i 160 miliardi di dollari. 

Qualora i Democratici conquistassero la Camera e/o il Senato, è plausibile ritenere che non ci sarebbe un impatto immediato sui prezzi del petrolio o del gas naturale, dal momento che l’incertezza sulla durata del conflitto continuerebbero a dettare un significativo price premium mentre le criticità infrastrutturali limitano una normalizzazione del mercato nel breve termine. Cambierebbe, sensibilmente, la pressione del Congresso su Trump per trovare una soluzione alla guerra con l’Iran. Un precedente è quello delle midterm del 2006: conquistata la maggioranza in entrambe le Camere, i democratici tentarono di imporre a George W. Bush un calendario di ritiro dall’Iraq attraverso la legge di finanziamento della guerra. Il Presidente oppose tuttavia il veto, mostrando come una maggioranza ostile possa accrescere i costi politici del prolungamento del conflitto senza necessariamente determinarne la conclusione. Ma questo, chiaramente, dovrà scontare o tener conto anche della direzione e intenzione del prossimo governo israeliano. 

Per il gas negli USA la situazione è sicuramente più isolata dal contesto internazionale, anzi Washington ha raccolto ancora più quote di mercato dall’UE per il GNL americano (che ora conta per oltre il 30% degli approvvigionamenti di gas naturale) ai danni del Qatar. L’abbondante offerta di shale gas americano rende, inoltre, ultra-competitiva la generazione elettrica negli USA, che sta sempre più inseguendo la co-location dei data center. Vi sono, tuttavia, alcuni impatti sui prezzi zonali dell’elettricità in alcuni Stati che più hanno visto crescere l’installazione e richiesta di allaccio dei data center.  

Dunque, gli americani difficilmente andranno a votare con l’idea che i nuovi equilibri al Congresso possano calmierare i prezzi la mattina seguente gli exit poll, ma piuttosto per far “pagare” il prezzo politico di una politica estera che costa agli americani più di quanto abbia favorito gli interessi nazionali nella percezione del paese. 

“Pain at the pump, punishment at the polls” 

Il costo della guerra a livello mondiale all’Iran è esorbitante: secondo una recente analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), il salasso si aggira intorno ai $468 miliardi di costi aggiuntivi per diesel e benzina. 

Nonostante siano ormai netti esportatori di prodotti petroliferi, gli Stati Uniti comunque non hanno potuto isolarsi dai mercati internazionali: infatti, circa un terzo del costo complessivo “pagato” dal mondo dal primo marzo è stato a danno dei consumatori americani. Un impatto più elevato per due motivi: gli USA hanno un rapporto più alto, rispetto ad altri paesi OCSE, tra consumi di petrolio e prodotto interno lordo, un’inefficienza che costa e che naturalmente grida vendetta per la “guerra” di Trump all’Inflation Reduction Act (IRA) e ai generosi incentivi ai veicoli ibridi ed elettrici somministrati dalla Presidenza Biden. In Cina la diffusione dell’elettrico sui trasporti, a passeggero e commerciali, ha contribuito a ridurre l’impatto della crisi.  

Seppur gli elettori repubblicani continuino a preferire le Cadillac e i pistoni, un aumento costante dei prezzi alla pompa potrebbe far cambiare idea anche al trumpiano più convinto. Nel complesso, il problema dell’affordability è comunque destinato a plasmare la geografia del voto. Una rilevazione Gallup di aprile già rilevava come l’alto costo della vita e l’inflazione fossero il problema finanziario più importante riportato dalle famiglie, come indicato dal 31% degli intervistati, soprattutto tra i giovani, mentre le generazioni più anziane e benestanti continuano a trainare una forte crescita dei consumi. A seguire, caro energia e prezzi del gasolio.  

Secondo i dati di Politico analizzati a giugno, nel corso degli ultimi 23 cicli elettorali di metà mandato, il partito del Presidente in carica ha perso in media circa 27 seggi alla Camera e 3 al Senato; tuttavia, in presenza di prezzi elevati della benzina, tale perdita saliva a circa 32 seggi alla Camera. Dunque, un barile di petrolio tira più di una badilata di comizi elettorali quando si tratta di parlare alla pancia del paese.  

Ovviamente, non tutti gli elettori repubblicani sono ugualmente esposti ad inflazione e caro energia. C’è chi ha beneficiato comunque dalla scommessa AI. Ma nonostante il rally delle borse, i sondaggi evidenziano una crescente insoddisfazione degli elettori, molti dei quali ritengono che l’amministrazione non stia mantenendo promesse fondamentali, tra cui la riduzione dell’inflazione, il miglioramento delle condizioni economiche e la riduzione dei conflitti all’estero. Guarda caso, è proprio il tradimento su quest’ultimo punto che ha sostanzialmente picconato la credibilità di Trump e il raggiungimento, a cascata, degli altri obiettivi.  

A bocce ferme, dopo martedì vedremo quanto e come gli americani faranno pesare a Trump l’ennesima guerra dagli obiettivi poco definiti.  

Alberto Prina Cerai

*Istituto Ispi

Sezione: Editoriale, Esteri

Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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