
Il pacifismo nostrano è ormai ridotto a un raduno di cosplayer: coriandoli ideologici, slogan prefabbricati, barchette in gita sul Mediterraneo e mani intrecciate davanti alle telecamere.
Un rituale collettivo di autoassoluzione, dove la parola “pace” diventa un accessorio da indossare per ogni occasione.
È la liturgia di un’ingenuità compiaciuta, che pretende di fermare i conflitti sventolando le bandierine e urlando slogan di cui non si comprende nemmeno il senso, come se la realtà obbedisse al sentimentalismo e al “cuore”.
Ma la pace non è un happening, non è un’emozione condivisa e tanto meno un ideale sventolato con aria da studenti in gita morale. È un processo materiale, faticoso, spesso contraddittorio, che nasce solo quando si costruiscono presupposti economici, canali diplomatici, strutture di interdipendenza tali da rendere la guerra non solo impopolare, ma improduttiva.
Chi invoca la pace senza comprendere il linguaggio dei rapporti di forza, senza conoscere le geometrie degli scambi e delle alleanze, non lavora per la pace: lavora per l’illusione della pace, che è cosa ben più pericolosa, perché offre conforto senza realtà, e speranza senza struttura.
La pace, infatti, non è “un moto dell’anima” ma una forma di ingegneria politica. È equilibrio di interessi, non un’estasi collettiva; costruzione di sistemi, non una improvvisazione sentimentale.
E finché la si ridurrà a un gesto folkloristico e acritico, continuerà a essere un oggetto decorativo nelle mani di chi non ha mai compreso quanto sia costoso, concreto e spietatamente tecnico il mestiere della pace.
David Pacifici

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