Mio padre mi suggeriva, pure sapendola contrario alla mia indole curiosa, la carriera ecclesiastica. Andandomi a prospettare una vita da scazzetta rossa. Tranquilla, quieta, onorata, incidente; finanche lussuriosa, alessandrina. Era il gioco/disprezzo per le virtù negate.
Ancora oggi – certo, per suo ricordo – le mie visioni sul “sarebbe stato”, al terzo sonno e stanco, mi portano a “Umberto il Papa”, viaggiatore quotidiano, scalzo, ignudo tra gli umili, scalzi e ignudi; tra pause di occhieggiamenti di donne vogliose.
Ai miei quarant’anni mio padre mi abbandonò ed io, vagando solitario e doloroso, ribelle inconcluso, incontrai Zarathustra. Il predecessore e il postumo della mia inquietudine, della mia rivelazione. L’altro di me, fuori di me.
Il profeta che si nutriva, che orinava, che defecava, che concupiva, che eiettava; a cui si poteva eviscerare il cuore e sezionare il cervello. Il profeta dai sensi dolenti non trasfigurato nell’apatia dell’angelico. Io, ero profeta.
Mi portò alla sua vetta e, poi me, ne scacciò; perché le vette si violano una volta soltanto e da uno solo, per tutti.
Mi portai nell’oscuro, nell’inviolato, nell’oltre. Ondeggiando, sospeso, trascinato.
Le gravità mi avvicinavano e mi allontanavano. Forse, per trent’anni; ma il tempo è il modo del percorso e qui giaceva la profezia.
Mi tolsi e parlai alla nube che sopraffaceva i mondi pronta a condensare poltiglia di umani, per catalizzare le duplicazioni dell’infinito.
Parlai:
felici i figli che rinnegano i padri, perché integra è la loro arroganza;
felici i traditori, perché vantano la virtù del giudizio;
felici i predicatori di fede, perché hanno compratori di ogni nequizia;
felici i massacratori della verità, perché smerceranno misericordia;
felici coloro che stuprano, perché imparano a sgozzare il gallo all’alba;
felici coloro che non odono, perché loro è il canto dei cardellini che accecano;
felici coloro che temono la morte, perchè i loro occhi arderanno le giganti azzurre;
felici coloro che uccidono, perché avranno un dio compiacente e pietoso.
Segnai un punto oltre il basso e oltre l’alto e dissi:
a non altre felicità aspira l’ignominia; secondata dalla morale che ha le proprie destinazioni sempre altrove;
invero alcun punto dell’universo ospita conflitti che non siano tra essi compatibili al modo in cui si determina l’unità del caos;
la poltiglia umana – slegata e incoerente in se stessa, per la molteplicità degli elementi che le danno massa – sfugge le modulazioni del caos e, per ritenersene sostitutiva, modella regole di staticità: ora, religione; ora, morale; ora, società; ora, diritto;
nulla è oltre il pensabile e il percepibile è esso stesso pensato;
nessuna causa è divina, come nessun motivo è umano.
Non conoscete le scorribande delle vostre pulsioni nei cieli e non sapete se l’irrequietezza della vita sarà la coesione e lo scivolo dei mondi.
Non vi è dato sapere, né saprete, se l’universo sia specchio e dissolvenza delle anime pie o tumultuoso miscuglio dei gravitoni che abbandonano la poltiglia.
Così parlai, così dissi alle particelle della nube.
E venni ancora una volta a voi. Preparato all’ingiuria ed alla condanna di blasfemia. Pure, rinvenendo, sussurravo tra me e me: “- Contessa, che è mai la vita? / È l’ombra d’un sogno fuggente. / La favola breve è finita, / Il vero immortale è l’amor.” (Giosuè Carducci – “Joufré Roudel” ).

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