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discorso delle felicità

Ai miei quarant’anni mio padre mi abbandonò ed io, vagando solitario e doloroso, ribelle inconcluso, incontrai Zarathustra.

di Il vecchio pazzo | 17 Gennaio 2016

Mio padre mi suggeriva, pure sapendola  contrario alla mia indole curiosa, la carriera ecclesiastica. Andandomi a prospettare   una vita da scazzetta rossa. Tranquilla, quieta, onorata, incidente; finanche lussuriosa, alessandrina. Era il gioco/disprezzo per le virtù negate.

Ancora oggi – certo,  per suo ricordo – le mie visioni  sul “sarebbe stato”, al terzo sonno e stanco,  mi portano a “Umberto il Papa”,  viaggiatore  quotidiano, scalzo,  ignudo tra gli umili, scalzi e ignudi;  tra pause di occhieggiamenti di donne vogliose.

Ai miei quarant’anni mio padre mi abbandonò ed io, vagando solitario e doloroso, ribelle inconcluso, incontrai Zarathustra. Il predecessore e il postumo della mia inquietudine, della mia rivelazione. L’altro di me, fuori di me.

Il profeta che si nutriva, che orinava, che defecava, che  concupiva, che eiettava; a cui si poteva eviscerare il cuore e sezionare il cervello. Il profeta dai sensi dolenti non trasfigurato nell’apatia dell’angelico. Io, ero profeta.

Mi portò alla sua vetta e, poi me, ne scacciò; perché le vette si violano una volta soltanto  e da uno solo, per tutti.

Mi portai nell’oscuro, nell’inviolato, nell’oltre. Ondeggiando, sospeso, trascinato.

Le gravità mi avvicinavano e mi allontanavano. Forse, per trent’anni; ma il tempo è il  modo del percorso e qui giaceva  la profezia.

Mi tolsi e parlai alla  nube  che  sopraffaceva i mondi pronta a condensare  poltiglia di umani, per catalizzare le duplicazioni dell’infinito.

Parlai:

felici  i figli che rinnegano i padri, perché integra è la loro arroganza;

felici  i traditori,  perché vantano la virtù del giudizio;

felici i predicatori  di fede,  perché hanno compratori di ogni nequizia;

felici i massacratori della verità, perché smerceranno misericordia;

felici coloro che stuprano, perché imparano a sgozzare il gallo all’alba;

felici coloro che non odono, perché loro è il canto dei cardellini che accecano;

felici coloro che temono la morte, perchè i loro occhi arderanno le giganti azzurre;

felici coloro che uccidono, perché avranno un dio compiacente e pietoso.

Segnai un punto oltre il basso e oltre l’alto e dissi:

a non altre felicità aspira l’ignominia; secondata dalla morale che ha le proprie destinazioni sempre altrove;

invero alcun punto dell’universo ospita conflitti che non siano tra essi compatibili al modo in cui si determina l’unità del  caos;

la poltiglia umana – slegata e incoerente in se stessa,  per la molteplicità degli elementi che le danno massa –  sfugge le modulazioni  del caos e,  per ritenersene sostitutiva,  modella regole di staticità: ora, religione;  ora, morale;  ora,  società;  ora, diritto;

nulla è oltre il pensabile e il percepibile è esso stesso pensato;

nessuna causa è divina,  come nessun motivo è umano.

Non conoscete le scorribande delle vostre pulsioni nei cieli e non sapete se l’irrequietezza della vita  sarà la coesione  e lo scivolo dei mondi.

Non vi è dato sapere, né saprete, se l’universo sia specchio e dissolvenza delle anime pie o tumultuoso miscuglio dei gravitoni che  abbandonano la poltiglia.

Così parlai, così dissi alle particelle della nube.

E venni ancora una volta a voi. Preparato all’ingiuria ed alla condanna di blasfemia. Pure, rinvenendo, sussurravo tra me e me: “- Contessa, che è mai la vita? / È l’ombra d’un sogno fuggente. / La favola breve è finita, / Il vero immortale è l’amor.” (Giosuè  Carducci – “Joufré Roudel” ).  

Pubblicato in : EditorialeTag: antimateria, ARTE, cosmo, discorso, discorso delle felicità, disprezzo, FILOSOFIA, FRANCHINI, massa, poesia, religione, simulazione, STORIA, VECCHIO PAZZO

Info Il vecchio pazzo

Poeta, drammaturgo e pittore, presente già all’età di 28 anni in circa 30 strutture museografiche internazionali -dal Tel Aviv Museum al Miami Museum (così che, in una corrispondenza, I. Antonova, Direttore del Puschin Museum di Mosca, ebbe a scrivergli: “Maestro credo che le sue opere allarghino la nostra conoscenza dell’arte italiana moderna” e Paolo Ricci “…pittore colto che ha il pregio di non mostrare la sua cultura” ) -presentò la sua prima produzione ad olio (che seguiva quella del “segno” grafico) presso la Galleria “la barcaccia” di Napoli nel 1970. Dedicatosi ad una intensa attività politico-sociale ed alla ricerca di una espressione estetica adeguata a consolidare e rappresentare la personale condizione esistenziale, produce “a vomito”, e per periodi, sino al 2006, isolandosi dal mercato per non esserne contaminato.
Proteso alla costituzione di una fondazione, in funzione di questa si costituisce il “Comitato Fondazione Franchini” –cui aderisce, tra gli altri, Francesco De Martino (tra i maggiori storici contemporanei del diritto romano, già vice-Presidente del Consiglio e Segretario del PSI)-.
Teorico del movimento socialista, franchini ha fondato, tra gli altri, il circolo “il ‘99”, il “premio giornalistico Buccico”, il “centro studi di politica mediterranea”, e, attento osservatore dei problemi dell’immigrazione, sin dal 1981, la “FILI ’99” –primo tentativo di sindacato europeo della immigrazione legale. Ha firmato, tra l’altro, l’inno “I socialisti”, con la musica del M° Enzo Amato.

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