Pietro Ichino e Walter Veltroni, rispettivamente sul Corriere della Sera e su La Repubblica, hanno affrontato questioni decisive, a partire dall’identità culturale che dovrà assumere il Partito Democratico, per l’affermarsi di un vera cultura riformista necessaria a governare il cambiamento, non come esigenza ideologica ma come necessità di misurarsi, per governarla, con la situazione reale. Pietro Ichino riprendendo le sue note posizioni sui nullafacenti (e non sui fannulloni) nella Pubblica amministrazione, chiede alla sinistra di non fare lo struzzo, non solo di fronte alle inefficienze della stessa, ma anche sulla necessità di affrontare una diversa articolazione della contrattazione e, da ultimo ma non meno importante, l’utilizzo della legge Biagi, che ha avuto indubbi effetti benefici sui livelli complessivi dell’occupazione, anche per contrastare e ridurre le forme di precariato ingiuste e vessatorie.
Walter Veltroni, con i toni ecumenici che gli sono propri, affronta invece la necessità di un nuovo patto generazionale che non scarichi sulle spalle delle nuove generazioni il mantenimento di un Welfare state sempre più evidentemente ingiusto. Cercando di non irritare pregiudizialmente i sindacati, ed in particolare la Cgil, il Sindaco di Roma e leader, in pectore, del Partito democratico, chiede ai padri di non guardare solo al loro interesse immediato, ma di tener conto anche, e soprattutto, degli interessi di medio-lungo periodo dei figli.
Entrambi, in forma più diretta Ichino ed in modo più contorto Veltroni, ci rimandano ad un famoso aforisma di Goethe: “Metti la regola secondo la pietra e non la pietra secondo la regola”. Va detto, per onestà, che il metodo per arrivare alla regola di Ichino, che ha sicuramente meno responsabilità politiche di Veltroni, è sicuramente più convincente perché parte da una fotografia della pietra molto più nitida e veritiera.
Veltroni cerca di raddrizzare il bastone della centralità della lotta al lavoro precario che aveva annunciato al suo debutto da candidato-leader del PD a Torino, ma non appare del tutto convincente, almeno per chi vive e conosce un po’ la realtà del Nord Italia, che non è fatta principalmente di lavoratori precari dei call center. La vera ingiustizia per la maggioranza di questi giovani, le cui condizioni ed aspettative erano state ben descritte recentemente dal nuovo segretario dei DS della Lombardia, Maurizio Martina, nelle pagine milanesi di La Repubblica, non è la fase transitoria di precarietà in cui si trovano , in larga misura scelta e voluta, ma il dover sottrarre parte delle loro retribuzioni per sostenere un sistema pensionistico da cui non trarranno che briciole.
L’altro aspetto non affrontato da Veltroni riguarda il fatto che molta parte del lavoro precario che preme per una stabilizzazione del rapporto di lavoro è frutto di percorsi di studio che non hanno alcun nesso con l’evoluzione e l’offerta del mercato del lavoro. Centinaia di migliaia di laureati o specializzati in legge, in comunicazione, in giornalismo, in lettere e via dicendo chiedono, in primo luogo alla Pubblica amministrazione, di farsi carico della loro mancanza di lungimiranza e, talvolta, della loro volontà di pedalare solo in discesa. Farsi carico aprioristicamente di questa precarietà è davvero carattere distintivo di una società moderna e riformista?
Da ultimo ma non meno importante, un numero non irrilevante di questi precari, che potrebbero dignitosamente ambire ad un posto stabile nella Pubblica amministrazione, vengono ingiustamente scavalcati dai colleghi più anziani che riescono a laurearsi grazie alle Università (per lo più private) che ‘laureano l’esperienza’. Anche questo non mina alla radice il principio riformista volto ad assicurare uguali condizioni di partenza nella già non facile competizione sociale?
Franco D’Alfonso

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