Nell’estate del 1870 era scoppiata la guerra Franco-Prussiana che aveva permesso all’Italia di far breccia a porta Pia e conquistare Roma. Dopo molte tribolazioni ed incertezze interne, per conseguenza alla capitolazione francese, le truppe del re d’Italia portarono il Risorgimento italiano alla sua logica conclusione. Solo pochi mesi prima tutto questo era impensabile. Da molto tempo le mire d’espansione prussiane erano rivolte verso la Francia. Bismarck riteneva possibile, osservando i suoi avversari, ottenere un duplice risultato nel provocare la guerra: portare a compimento il processo cominciato da Wellington di “ridurre la Francia al rango di potenza di seconda classe” e quello di completare l’unificazione della Germania. Al cancelliere prussiano era mancato il casus belli che avrebbe messo la Francia nella condizione di dichiararla. La scintilla che scatenò lo scontro era tardata a giungere per un’impasse della politica spagnola. La candidatura del principe Leopoldo di Hohenzollen-Sigmaringen a quel trono, aveva provocato una forte sensazione, che riportava alla mente l’impero di Carlo V, stavolta con Berlino al suo centro. L’abilità di Bismarck a rendere pubblico il “Telegramma di Ems”, nel quale faceva intendere di aver liquidato in malo modo l’ambasciatore francese, aveva incendiato Parigi e il 19 Luglio Napoleone III aveva dichiarato la guerra. L’esercito francese si era concentrato a Mezt e a Stasburgo. L’avanzata francese su Saarbrucken, aveva illuso anche Vittorio Emanuele II sul loro successo. Il re aveva fatto un’antica promessa d’intervento al sovrano francese, qualora sarebbe entrato in guerra contro la Prussia. In Italia i principali politici si erano divisi sull’intervento. Assolutamente contrari erano Lamarmora e Sella, convinti della forza tedesca. Minacciando più volte di dare le dimissioni da ministro, Sella era riuscito a fermare la mossa incauta del re. Ricasoli non voleva che egli si privasse dello scudo ministeriale e si esponesse troppo. Vittorio Emanuele aveva ridimensionato il suo intervento a fianco dell’imperatore, diminuendo, per questi motivi, in numero la portata del suo esercito, dichiarando di essere preoccupato per una rivoluzione repubblicana che avrebbe aperto la strada all’occupazione di Roma. In Agosto lo scontro tra francesi e Prussiani era concentrato nei pressi della città di Sedan. L’incapacità dell’alto comando francese aveva determinato una gravissima sconfitta sul campo di battaglia. I tedeschi ben armati erano dotati di fucili a retrocarica, i Dreyese e di pezzi da campagna rigati, più precisi e decisivi per il successo. I francesi avevano ottimi fucili, lo Chassepot, tecnicamente migliori dei loro avversari. A Sedan, causa gravi incomprensioni tattiche tra MacMahon e de Wimpffen si erano trovati accerchiati. L’artiglieria Prussiana era nella posizione di poter sparare da qualsiasi punto. La mattina del primo Settembre era cominciato l’attacco prussiano del generale Moltke. Guadato il fiume Mosa, in mezzo ad una folta foschia e senza l’appoggio dell’artiglieria, i bavaresi avevano sferrato un assalto contro la località di Bazeilles. Alle 6 la foschia era scomparsa e l’artiglieria aveva aperto il fuoco. All’ordine di ritirata dei francesi, però, segui quello di de Wimpffen di contrattacco gettando l’esercito nel caos. Compiere una mossa del genere aveva provocato uno scontro frontale col grosso di quello Prussiano. Il XII corpo tedesco aveva conquistato la cresta della collina. La terza armata non aveva trovato resistenza sull’altipiano d’Illy. Ancora i francesi erano in grado di difendersi, ma dai promontori piovevano proiettili che convergevano con quelli dei cannoni dell’armata della Mosa che era dall’atra parte. Nel pomeriggio si era compiuta una carneficina immane tra le strazianti grida dei soldati immersi nella nuvola di polvere della battaglia. Ai francesi, a quel punto, non era rimasto che combattere come loro sapevano, cioè con eroismo. Alle 6:30, del pomeriggio Napoleone III si era arreso. Le perdite per i francesi erano di 17000 tra morti e feriti, 82000 soldati prigionieri dei prussiani, contro i 9000 caduti di questi. La vittoria di Bismarck, aveva provocato la fine la Francia di Napoleone III e della sua avvenente quanto scellerata consorte e del loro decotto regime. La caduta della Francia improvvisamente aveva aperto la strada dell’Italia verso Roma. Temporeggiando, l’Italia aveva avuto il tempo di accorgersi più gratitudine dalla Germania non intervenendo che dalla Francia partecipando a suo fianco. Vittorio Emanuele era in difficoltà, per il suo comportamento incerto e aveva perduto, verso il governo, buona parte della sua libertà d’azione. Avesse scelto con scaltrezza un’alleanza con Bismarck, era probabile che avrebbe ottenuto la Savoia, Nizza e Roma. Lasciando Napoleone avrebbe perso l’onore. Il crollo di Sedan aveva dato al governo Lanza ottime condizioni per occupare Roma. Il re aveva fallito più volte cercando la mediazione e il negoziato con Pio IX. I grandi protettori, i francesi, non erano più alla difesa della città eterna. Il 20 Settembre 1870 le truppe italiane erano entrate in Roma. Nulla che era assomigliato ad una rivoluzione popolare aveva anticipato l’evento. Senza una conclusione eroica contro il dispotismo secolare dei papi, i romani parteciparono al plebiscito che, come solito in questi casi, aveva ottenuto il 99% del consenso al nuovo regno. Mazzini sebbene fosse in prigione a Gaeta da più di due mesi, aveva fatto sentire la sua influenza politica sul governo. Dopo che il re aveva rischiato l’abdicazione a causa della guerra Franco-Prussiana era necessario, più che sconfiggere il papa, anticipare la “feccia criminale” seguace di Mazzini e Garibaldi, se necessario massacrandone gli appartenenti. Con questa scusa era terminata la poco eroica, ma logica conquista di Roma nel nome del Risorgimento Italiano. Ancora una volta, fatti di politica estera, vennero incontro a quello che lo stato italiano non avrebbe mai osato fare. Le altre nazioni cattoliche accettarono il fatto compiuto. La dichiarazione d’infallibilità del papa non era piaciuta e nessuna di queste mosse in suo soccorso. L’Italia così, aveva ottenuto Roma e con lei la nuova capitale.
Enrico Martelloni

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