Chi ha voluto la “riforma” costituzionale è il Pd
Alla fine del precedente articolo abbiamo ricordato che è stato Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del Pd, a ricordare che il testo della “riforma” del numero dei parlamentari è identico a quello presentato dal gruppo Pd al Senato nel 2008. Felice Casson, che all’epoca faceva parte dell’ufficio di presidenza del Pd al Senato, lo conferma su HF: “Ogni volta che sono stato eletto in Parlamento il centrosinistra aveva nel programma la riduzione degli eletti. Nel 2008 presentammo una proposta di legge identica a quella attuale: 400 deputati e 200 senatori”. E alla domanda se il taglio dei parlamentari fosse un tema identitario del Pd risponde: “Ogni volta che sono stato eletto in Parlamento (dal 2006, ndr) il centrosinistra aveva nel programma la riduzione degli eletti … quella proposta [ddl a firma Zanda e Finocchiaro] come atto formale e politico testimoniava che quella era la posizione ufficiale del Pd”. Quindi concludevo il precedente articolo scrivendo che “i 5Stelle sono al traino del Pd e non viceversa, e che questa è una ‘Riforma’ voluta dal Pd”.

I veri obiettivi
Ma a spiegarci con precisione ―e non con un moderno e sbrigativo tweet― le ragioni di questa posizione del Pd è ancora Stefano Ceccanti in un’intervista a Il Dubbio. Le argomentazioni sono articolate in 5 punti:
- la riduzione numerica è stata affrontata più volte dagli anni Ottanta in poi e, di fronte anche al moltiplicarsi degli spazi normativi di altri soggetti, sono “quindi di per sé evidenti le ragioni della riduzione del numero dei parlamentari, fissato nel 1963 a 945, i quali fanno esattamente lo stesso lavoro [e che dunque] sono una anomalia quantitativa evidente rispetto alle democrazie di eguale dimensione”;
- è necessario pertanto rimuovere entrambe le “anomalie”: “il superamento del bicameralismo ripetitivo e il numero eccessivo di parlamentari”. E se non possiamo avere tutto e subito, meglio cominciare con un solo provvedimento ― “dove sta il più sta anche il meno”, dice Ceccanti― e votare intanto sul numero. Del resto, lo si è visto nel 2016 con la Riforma Renzi, votare un testo complessivo genera forti opposizioni, mentre opporsi al voto su un singolo provvedimento sarebbe un modo di ragionare “massimalista”;
- ne consegue che votando un singolo provvedimento, ristretto al numero [art. 56-57-59], “preclude l’argomento dell’emergenza democratica, del pericolo democratico, dei gravissimi squilibri”;
- l’obiezione che non c’è una legge elettorale collegata per Ceccanti non vale perché la riduzione del numero “è giusta” di per sé e il giudizio non può dipendere nemmeno dall’incertezza dettata da leggi elettorali futuribili. Aggiustamenti vari (regolamenti, quorum) sono del resto facilmente realizzabili.
- non c’è incoerenza nel Pd per il fatto che ha votato tre volte ‘no’ alla legge attuale e ‘sì’ nel quarto e ultimo passaggio, “per consentire la nascita del governo” Conte2. I primi tre ‘no’ sarebbero stati determinati, secondo il parlamentare piddino, dall’impossibilità di presentare emendamenti. Insomma per ragioni politiche, legate alla coalizione del governo precedente. Quanto ai 5s sono arrivati “buoni ultimi” e non è un buon motivo votare “No” al Referendum solo per distinguersi da loro.
Il punto tre viene arricchito di un’ulteriore argomento, l’importanza della “Riforma”, in generale. Secondo Ceccanti “per i riformisti esistono anche e soprattutto i danni dello status quo delle istituzioni, del conservatorismo costituzionale”. Dichiarazione stupefacente, ancor più di quella di Di Maio [votano “No” quelli che hanno “tagliato la sanità, la scuola, i trasporti e i servizi essenziali”], perché non c’è anche qui nesso logico, ed è particolarmente grave trattandosi di un costituzionalista. Chi scrive ha studiato sui testi e con gli allievi di Costantino Mortati, uno dei padri costituenti e il maggior studioso che l’Italia abbia avuto nel Diritto costituzionale. Ebbene, Mortati poneva la Costituzione americana al di sopra delle altre, come un “modello da imitare”. Anche perché tale Costituzione è del 1787, ed è di una stabilità straordinaria, con lo status quo “violato” solamente da alcuni emendamenti aggiunti in fondo agli articoli (sette), come il primo, il più celebre, quello che recita “Il Congress non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa…”.
Teorizzare i danni del “conservatorismo costituzionale” è, ripeto, stupefacente, trattandosi di Costituzioni, ancor più grave se a farlo è un costituzionalista, per di più in “diritto comparato”.
Un altro passaggio delicatissimo dell’argomentazione di Ceccanti lo si trova al punto quattro quando sbertuccia il “doppio rapporto fiduciario”, alla base del nostro “bicameralismo ripetitivo”. Bicameralismo che va rivisto per l’intanto anche con una omogeneizzazione del Senato con la Camera (età minima per votare, per essere eletti e territorialità) allo scopo di evitare difficoltà all’esecutivo.
Quel che si vuole colpire è dunque in particolare la specificità del Senato, che i padri costituenti vollero preservare, sul modello delle costituzioni antiche e di quella americana. Per costoro il Senato aveva una funzione chiave di tipo “conservatrice”, in modo da temperare eventuali fughe in avanti della Camera. Il riferimento è un modello ideale di Costituzione con due Camere che si controllano a vicenda, e con la seconda, il Senato, più “moderata”, e in cui entrambe controllano l’esecutivo, in un bilanciamento dei poteri in grado di preservare quanto più a lungo la democrazia, facile preda, se lasciata in balia dei demagoghi, di “populisti” e leader “carismatici”, i quali se non tenuti a freno dai contrappesi, come negli Usa, possono sfociare in soluzioni bonapartiste o peggio.
Ciò che lascia di stucco è come ―se si tolgono due realtà politiche minori― tutti i partiti si siano ritrovati in sintonia sulla “Riforma” piddina. Solo grazie ai 71 senatori che hanno promosso il Referendum, questa unanimità si sta ora parzialmente sgretolando per la reazione innescata dallo scempio costituzionale operato dalla legge.
Anche per questo il ‘numero’ lungi dall’essere un’anomalia quantitativa va tenuto in grande considerazione, del resto nel 1963 l’attuale dimensione non fu scelta a caso. Sarebbe semmai da chiedersi se di fronte alla riduzione prevista dalla legge ci sarebbe stata la possibilità di mettere assieme il numero minimo di parlamentari necessario per il Referendun e al popolo di esprimersi.
Luciano Priori Friggi
[ Secondo di tre articoli sull’argomento Referendum ]
Link primo articolo: 1. REFERENDUM. Chi ha voluto davvero la “riforma” del numero dei parlamentari?
Link terzo articolo: 3. REFERENDUM. Il “No” è contro il populismo e la sottomissione del Parlamento all’Esecutivo

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