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3. REFERENDUM. Il “No” è contro il populismo e la sottomissione del Parlamento all’Esecutivo

La “riforma” costituzionale del taglio dei parlamentari voluta dal Pd, e diventata un cavallo di battaglia dei 5 Stelle, in realtà risponde alla voglia di sottomissione del Parlamento da parte della quasi totalità della classe politica.

di Luciano Priori Friggi | 19 Settembre 2020

Ma perché 400 deputati e 200 senatori?

Sul quesito referendario il “No” più inaspettato è quello del giornalista di Sergio Rizzo (prima al Corriere e oggi vicedirettore di Repubblica), autore insieme a Gian Antonio Stella, de La Casta, il libro che, con 1 milione e 200mila copie vendute, ha fatto da battistrada all’antipolitica, esplosa con la crisi del 2011-12 anche come reazione alle misure del governo di Mario Monti. Poteva sembrare quindi una cosa naturale che Rizzo si orientasse al “Sì”, un voto insomma ―secondo la vulgata― contro la politica delle perdite di tempo, del chiacchiericcio, degli sprechi, dei duplicati, in nome dell’efficienza e della semplificazione costituzionale. E per cominciare, visto che un segnale tocca darlo, che si inizi con qualcosa, e cosa c’è di meglio del taglio del numero dei parlamentari? Il discorso che è passato è questo.

E va bene, solo che la “gente”  non ce l’ha tanto coi parlamentari, ma con lo strapotere e la corruzione dei partiti di cui il malfunzionamento del Parlamento è solo uno degli aspetti e nemmeno il più eclatante.

Sembra pensarla così anche Rizzo: “La diagnosi su quello che non funziona nel sistema politico è ben chiara. Se n’è parlato e scritto tanto. Ecco perché pensare di affrontare un problema enorme come quello del funzionamento delle Camere soltanto parlando di “quanti” parlamentari avremo mi pare abbastanza riduttivo”.

Vignetta di Elena Visconti

Rizzo si chiede anche: “Però se il tema è “riduciamo i parlamentari perché bisogna risparmiare i soldi”, allora mi domando perché avere 400 deputati e non 50. Se dobbiamo risparmiare davvero arriviamo al paradosso, facciamo come diceva Berlusconi un po’ di anni fa: un Parlamento in cui votano solo i capigruppo”. Piuttosto ―rincara il giornalista― bisogna far sì che coloro che vanno in Parlamento non spicchino per essere ancora più brocchi di chi li ha preceduti. Sarebbe stato quindi più utile rivedere il sistema elettorale, e ripristinare il Mattarellum.

Considerazioni del tutto condivisibili, in particolare l’ultima: si pensi al sistema elettorale, cambiato di volta in volta, secondo le convenienze come fosse un vestito, che ha portato all’obbrobrio della legge del 2005, definita dal suo stesso proponente Roberto Calderoli poi “una porcata” e dal costituzionalista Giovanni Sartori “Porcellum”. Si guardi alle elezioni del 2013: risultò in testa la coalizione della Sinistra col 29,55 %, seguita dal CD, col 29,18 %, e dai 5 Stelle al 25,56 %. Ebbene, la Sinistra, grazie a poco più dello 0,30% di distacco, ottenne grazie al premio il 55% dei seggi (340, il CD 124). Per fortuna che il 4 dicembre 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato tale legge incostituzionale.

Il populismo è il vero nemico

Abbiamo già analizzato nei due articoli precedenti cosa in realtà c’è dietro al “disegno” del Pd e dei “grillini” che vi si sono accodati ―ma in fondo di tutti i partiti, se si esclude qualche “scheggia” ― con la riduzione dei parlamentari. In estrema sintesi si tratta di un attacco al Parlamento, alla sua autonomia, che ha come risultato una sottomissione di fatto ai partiti e all’esecutivo.

I populismi hanno questo di caratteristico, che drammatizzano la situazione politica e sociale, con l’obiettivo di limitare il ruolo del Parlamento. Ma se si esclude il Giudiziario, degli altri due Poteri, l’Esecutivo (Governo) e il Legislativo (Parlamento), quello fondamentale è il Legislativo, cuore della democrazia.

Vignetta di Elena Visconti

Lo è storicamente, ma lo è anche se sottoposto alla prova empirica ai tempi nostri: il Belgio è restato per 15 mesi senza Governo, con il solo Parlamento a tenere in piedi la baracca (e un Esecutivo a sbrigare gli affari correnti, ovvero ad eseguire tecnicamente le decisioni prese dall’Assemblea, senza alcun ruolo propulsivo). E a quanto pare con grandi vantaggi, a cominciare dai conti pubblici.

Si sono espressi per il “No” personaggi di rilievo, per ultimo persino Walter Veltroni, che ha “strappato” con l’attuale direzione del Pd, tenendo a precisare tuttavia che non l’avrebbe fatto se in ballo ci fosse stata la sorte del governo. Questa sua scelta è singolare. Quando si forma il Pd, nel 2007, avviene la saldatura dell’obiettivo del vecchio Pci ―far fuori ogni concorrenza a sinistra, già ottenuta al tempo di “mani pulite” ― e realizzare un “compromesso” ―più o meno storico con la vecchia Dc― per arrivare finalmente al governo (precondizione la fine dei due blocchi, e quindi la scomparsa del blocco comunista sovietico). Ovviamente il “compromesso” andava fatto non con tutta la Dc, ma solo con la sinistra. Nasce alla fine di questo processo così il Pd, con presidente Romano Prodi (uomo di Andreatta, sinistra Dc) e segretario Walter Veltroni. Come abbiamo ampiamente riportato, nel 2008 il Pd deposita in Senato il disegno di legge per la riduzione dei parlamentari, che poi sarà ripreso integralmente e approvato con l’attuale legge. E chi era tra i protagonisti (abbiamo ricordato Casson) afferma che si trattava di una strategia del Pd, non un’iniziativa stravagante di qualche senatore. Oggi sia Romano Prodi che Walter Veltroni sono per il “No”, ovvero rinnegano una legge fotocopia di quella prodotta al tempo in cui a portare la responsabilità della linea del Pd erano loro. Può darsi che sia un mettere le mani avanti, per scaricare, in caso di una eventuale sconfitta del “No”, le conseguenze più che sul Pd sui soli 5 stelle, ma probabilmente c’è dell’altro.

Le “scorciatoie” pericolose

Quando il ministro Luigi Di Maio un anno fa dichiarò tutto tronfio da New York “Parlerò con il Pd per introdurre il vincolo di mandato” , aggiungendo, “dobbiamo mettere fine a questo mercato delle vacche, se cambi gruppo vai a casa”, si esprimeva sul Parlamento come se se si trattasse di una faccenda privata tra partiti, pochi peraltro, e non della massima istituzione democratica del paese, dove oltretutto un simile aspetto, decisivo, è regolamentato in modo inequivocabile dall’art. 67 della Costituzione:  “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Se a ciò si aggiunge quello che Beppe Grillo appena può tiene a ribadire, e guarda caso lo ha fatto anche ora, a ridosso del voto referendario, ovvero una certa sua idea persistente sui meccanismi democratici: “Democrazia? Paradossale funzioni meglio la dittatura“, meglio stare alla larga dalle scorciatoie, devono aver pensato in tanti, anche a sinistra. Così si spiegano le posizioni di Veltroni e di tanti altri, come Roberto Saviano o Liliana Segre.

Del resto il nostro paese le “scorciatoie” le ha già sperimentate, e per chi ha la memoria corta o più semplicemente non ne sa niente, vorrei ricordare la legge del novembre 1923, nota come Legge Acerbo, fortemente maggioritaria (una sorta di “porcellum”) voluta da Benito Mussolini per assicurare al Partito Nazionale Fascista una maggioranza parlamentare solida, come poi si poté vedere alle elezioni politiche italiane del 1924. Al momento della marcia su Roma 39 milioni di italiani erano rappresentati alla Camera da 553 deputati (per il Senato il  meccanismo era diverso), il passo successivo alla Legge Acerbo fu la riduzione dei parlamentari a 400 (553 erano “troppi”, si disse), operata nel ’29. Il ruolo del Parlamento venne svuotato, a tutto beneficio del Partito dominante e dell’Esecutivo. Con questa ed altre riforme successive, fu facile votare nel ’38 le leggi razziali.

L’approvazione di quella legge Acerbo fu, secondo il costituzionalista Giovanni Sabbatucci, un classico caso di “suicidio di un’assemblea rappresentativa”, e anche il voto sull’attuale legge, che ha visto schierati a favore tutti i partiti più rappresentativi, può rientrare in questo giudizio.

È bene dirlo: non si ascriva, come vorrebbero in tanti, anche del Pd, alla storia della sinistra di tradizione comunista l’attuale “svolta”, possibile solo con l’innesto degli ex-democristiani. I vecchi comunisti erano strenui difensori del Parlamento, non foss’altro perché il loro destino era l’opposizione. Si pensi a un personaggio ―ce lo ricorda l’Anpi― della caratura di Umberto Terracini (Presidente dell’Assemblea costituente), che nel ’46 dichiara: “Il numero dei componenti un’assemblea deve essere in certo senso proporzionato all’importanza che ha una nazione, sia dal punto di vista demografico, che da un punto di vista internazionale … se nella Costituzione si stabilisse l’elezione di un Deputato per ogni 150 mila abitanti, ogni cittadino considererebbe quest’atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare … In effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti”.

Oltre 200 costituzionalisti si sono espressi per il “No” denunciando la legge come ispirata da una logica “punitiva” nei confronti dei parlamentari e Liliana Segre, senatrice a vita, così si è espressa  sul tentativo di minimizzare la portata del provvedimento: “Sono entrata [in Senato] come si entra in un tempio perché il Parlamento è l’espressione più alta della democrazia. Quindi sentir parlare di questa istituzione che fa parte della mia religione civile come se tutto si riducesse a costi e poltrone, è qualcosa che proprio non mi appartiene”.

E poi c’è lei che dice …

Vignetta di Elena Visconti

Luciano Priori Friggi

[ Terzo  di tre articoli sull’argomento Referendum ]

Link primo articolo: 1. REFERENDUM. Chi ha voluto davvero la “riforma” del numero dei parlamentari?

Link secondo articolo: 2. REFERENDUM. I veri obiettivi della “Riforma” costituzionale voluta dal Pd

Link terzo articolo: 3. REFERENDUM. Il “No” è contro il populismo e la sottomissione del Parlamento all’Esecutivo

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, 5 stelle, anni, assemblea costituente, belgio, benito mussolini, beppe grillo, berlusconi, calderoli, casta, considerazioni, conti, Gian Antonio Stella, Giovanni Sabbatucci, Giovanni Sartori, La Casta, Liliana Segre, Luigi Di Maio, porcellum, referendum costituzionale, roberto calderoli, Roberto Saviano, Sergio Rizzo, Umberto Terracini, Walter Veltroni

Info Luciano Priori Friggi

Laureato in Scienze Politiche, ha insegnato a lungo in Master post-laurea e tenuto corsi presso l’università di Perugia. Giornalista economico e politico. Ha pubblicato “Ricominciare da Bastiat”, “Briganti contro l’Italia”, curato “Machiavelli teorico delle crisi” (con Introduzione e Intervista a S.Bertelli), “Dante” di M. Monnier (Traduzione e Postfazione).

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